Il massimalismo socialista di Alberto Jacometti

In quegli anni venti del secolo scorso parecchi giovani intellettuali furono affascinati dagli ideali socialisti e tra questi anche Alberto Jacometti che adolescente maturò una forte coscienza politica anche grazie alla lettura dell’opera del grande scrittore russo Lev Tolstoj.

Jacometti nacque nel 1902 a San Pietro Mosezzo, in provincia di Novara e già all’età di 15 anni nel 1917 andò a prestare volontariato presso il municipio di Novara. Si iscrisse alla facoltà di agraria e cominciò a collaborare con vari giornali socialisti del novarese, tra i quali “Il Lavoratore” e “La Parola socialista”. Fu impegnano con fervore nel 1922 quando fondò la rivista “Vita Nova” e ebbe notevoli interessi letterari pubblicando, nel 1923, il dramma Fango nel sole (Bologna).

A ventidue anni nel 1924 si laureò in agraria e dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, venne anche lui perseguito dalle violenze fasciste. Nel 1925 subì una dura aggressione dei fascisti e fu costretto ad emigrare in Francia, non prima però di aver pubblicato il foglio clandestino “Basta!”. Visse qualche mese anche in Spagna nel gennaio 1926, a Barcellona e, per guadagnarsi da vivere, impartì lezioni private e scrisse anche novelle per alcune riviste letterarie.

Rientrato in Italia, subì una nuova aggressione fascista e, il 26 dicembre, scelse definitivamente la via dell’esilio, stabilendosi a Parigi. Tornò in Italia a Torino nel 1926, ma ritornò presto a Parigi e nella capitale francese laddove allacciò rapporti con altri fuorusciti italiani, mentre per mantenersi fece i lavori più disparati, dal meccanico al bancario, dal viaggiatore di commercio al correttore di bozze.

In quegli anni ripudiò recisamente il gradualismo riformista, nel marzo 1928 fondò, insieme con l’anarchico Berneri e il repubblicano Schettini, un rivista “ L’Iniziativa, di cui fu direttore e che fu una pubblicazione aperta alla collaborazione di antifascisti di varie tendenze.

Nel febbraio del 1929, venne espulso dalla Francia e si rifugiò a Bruxelles, dove trovò lavoro come chimico presso i laboratori Meurice e collaborò a “Le Peuple”, organo del partito operaio belga. Nel 1932  pubblicò il saggio “Problemi della rivoluzione italiana” e inviò articoli e corrispondenze, all’Avanti! di Zurigo, al Nuovo Avanti! di Parigi, a “La Libertà”, organo della Concentrazione antifascista.

Diede in stampa a Marsiglia l’opuscolo “Italia socialista”, in cui immaginò che dopo la fine del fascismo, si potesse instaurare nel Paese una repubblica socialista e federalista. Nell’aprile 1933 partecipò al congresso socialista di Marsiglia e nel 1934  rientrò in Italia per visitare il padre morente. Fu, però, arrestato alla stazione di Chiasso e dopo diciassette giorni di prigione venne rilasciato e poté ritornare in Belgio.

In seguito a questa vicenda, reputata temeraria, la direzione socialista lo sospese dalle cariche di partito. Dal 1935 al 1937 fu segretario della sezione belga del Partito socialista italiano (PSI) e condivise l’intesa con il Partito comunista, cosicché, nel 1936 divenne anche componente del comitato di coordinamento del Fronte unico socialcomunista.

Nel congresso del Psi si convinse della necessità che il patto d’azione con i comunisti dovesse in breve trasformarsi in unità organica tra i due partiti. Nel 1937 a Lione si costituì il comitato dell’Unione popolare italiana in cui i comunisti e socialisti si rivolsero anche gli operai fascisti con la parola d’ordine “pane, pace, libertà”.

Nello stesso anno si recò in missione in Spagna e prese contatto a Barcellona con gli italiani della Brigata Durruti partecipando alla guerra civile. Fu nominato delegato italiano presso l’Internazionale operaia e socialista e nel maggio 1940 riparò nuovamente in Francia. Fu espulso dalla Francia, dovette rientrare in Belgio dove su richiesta del governo fascista fu arrestato dalla Gestapo ed estradato in Italia. Fu rinchiuso nelle carceri di Novara e nel 1941 fu condannato a cinque anni di confino, che scontò nell’isola di Ventotene sino al 1943, allorché venne liberato.

Tornò nella sua terra natia a Novara e assunse il nome di battaglia di Andrea tra i partigiani delle Brigate Matteotti, impegnandosi contemporaneamente nella ricostruzione del Partito socialista, di cui divenne segretario provinciale e curando la pubblicazione del foglio clandestino “Bandiera rossa”.

Fu tra i promotori del Comitato di liberazione nazionale (CLN) della provincia di Novara e dopo la Liberazione fu confermato alla guida della federazione socialista di Novara. Diresse il giornale del Partito Socialista, Il Lavoratore, e fu eletto nel Consiglio comunale.

Fu chiamato a far parte della direzione nazionale del partito e il 2 giugno 1946 fu eletto all’Assemblea costituente nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli. Nelle elezioni politiche del 18 aprile del 1948, fu fautore dell’unità d’azione con il Partito comunista italiano (PCI), tuttavia, modificò la sua antica linea e si dichiarò contrario alla formazione di liste comuni tra socialisti e comunisti.

La sconfitta del Fronte democratico popolare impedì allo stesso Jacometti l’elezione alla Camera e come ben si sa produsse una grave crisi in seno al partito socialista. Al congresso nazionale straordinario, convocato a Genova dal 27 giugno al 1° luglio 1948, la segreteria di Lelio Basso finì sotto accusa e la maggioranza fu conquistata dalla corrente di Riscossa socialista, alla quale lo stesso Jacometti aderiva.

La linea di questa componente fu un’opposizione intransigente al governo, la neutralità in politica estera, l’accettazione del Piano Marshall, mentre, nei rapporti con il PCI, si riconfermò la politica unitaria anche se con una posizione di autonomia del PSI.

Jacometti venne reputato il più adatto a perseguire questa linea e fu, quindi, eletto segretario nazionale del Partito. Si manifestò subito la propria debolezza politica poiché non riuscì affatto il tentativo di conciliare la posizione del “neofrontismo” di Pietro Nenni dalla “via socialdemocratica”, portata avanti per un anno e mezzo da Giuseppe Saragat.

Cosicchè al XXIII Congresso nazionale del PSI, nel maggio del 1949, prevalse la mozione della sinistra firmata da Nenni, Basso, Pertini e Morandi, che condusse all’elezione alla segreteria dello stesso Nenni. Nel giugno 1953, fu eletto deputato nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli e venne riconfermato, nella medesima circoscrizione, nelle successive elezioni del 1958 e del 1963.

Fu membro del comitato centrale e della direzione del PSI e presidente del collegio nazionale dei probiviri, nel 1968 fu ricandidato alla Camera ma non riuscì eletto. Successivamente si dedicò prevalentemente all’attività pubblicistica e culturale. Fu uno dei fondatori nel 1957 dell’Associazione ricreativa culturale italiana (ARCI), divenendone anche Presidente per un periodo lungo.

Fece parte dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) e dell’Istituto storico della Resistenza di Novara. Nel 1984 lasciò il Partito Socialista Italiano manifestando dissensi sulla linea politica nazionale. Morì a Novara nel 1985.

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