Sardegna: Covid-In

Ancora una volta nel ricercare le cause di un problema, l’attenzione mediatica è rivolta verso i soggetti che non possono difendersi o verso coloro che non costituiscono una lobby incisiva e attiva.

Con questo fare in Sardegna superiamo la media nazionale, grazie all’adescamento di nazionalisti regionali, che non conoscono la storia dell’Isola o quella narrata dai rieducatori sardisti, tanto meno quella dei vincitori. 

Non conoscono, e questo per costoro è già un vanto in questi tempi tristi e derelitti.

Non è cambiato nulla nei secoli, in merito al controllo delle masse, se non i mezzi di gestione, ma non la psicologia, più o meno simile a se stessa da millenni.

Il Covid-19, questo virus che ha congelato il Pianeta e probabilmente contribuirà a segnare un passaggio epocale, è ancora un problema per la nostra Isola, che si è vantata di esser Covid-free, ma in cui emergono incapacità latenti nella sua gestione.

Alla fine del lockdown ci si è prostrati a invitare turisti da ogni parte del mondo, per farli giungere sull’isola felice, Covid-free appunto, senza predisporre un’attenzione capace di tutelare residenti e altri turisti non “appestati”.

Chiunque avrebbe previsto, più che una forzatura dei soliti incivili, quanto l’arrivo dei tanti asintomatici o ancora non consapevoli di una loro contaminazione.

Sapevamo quanto questi potessero diventare veicolo sull’Isola dell’incremento dei contagiati.

Tutti erano al corrente e nell’ottica di una ammissibile necessità, in assenza dei supporti monetari non garantiti, né dallo Stato né dalla Regione, è stato ridato il via ad una economia spenta e morente, in verità già da diversi anni.

Plausibile e doveroso, giacché non potevamo certamente protrarre l’immobilismo sine die.

Ma questo disastro postumo, non sarebbe potuto avvenire se non in assenza o in deroga ai parametri di sicurezza, chiari ed espliciti, con cui sarebbe stato possibile invece, garantire un mantenimento dello status di Isola Covid-free.

Alcuni giornali e una serie di oziosi opportunisti, ha pensato bene di puntare il dito sui soliti immigrati, gli appestati, che per molti sono la rovina del nostro Paese.

Per altri invece sono stati i lumbard, gli arricchiti che sfrecciano sulla costa nord orientale della Sardegna, oramai in preda a una mercificazione totale, di cui anche molti autoctoni sono responsabili in misura rilevante.

La verità che ognuno conosce e ha verificato soprattutto nei luoghi dediti alla ristorazione, quanto all’offerta per il tempo libero e in alcune strutture ricettive, consiste nella blanda o inesistente applicazione delle regole stabilite a tutela del contagio.

Senza dover andare specificamente nei luoghi in gran parte frequentati da turisti, è visibile come nelle vie centrali delle città, oramai tappezzate di tavolini, il numero di questi si è più che moltiplicato, con attenuazione e annullamento delle distanze prescritte e tuttora richieste per il loro esercizio.

Le mascherine, divenute gomitiere, sono utilizzate a mezza bocca o sotto il naso, sotto il mento, da troppi inservienti e ristoratori.

Fatti visibili su cui nessuno interviene, non per far chiudere i locali ovviamente, ma per imporre il rispetto delle stesse regole, la cui definizione in sede normativa aveva lo scopo di proteggerci dalla pandemia ancora oggi in essere.

E più che i vari lavoratori, camerieri, cuochi, barman, assistenti di sala e altri inservienti, la massima responsabilità è da attribuire ai proprietari che, con l’obiettivo di far cassa in questi pochi mesi rimasti, mettono a repentaglio la vita dei loro dipendenti e dei turisti stessi, quanto dell’intera collettività isolana.

Ma per nascondere queste deficienze di cui si è responsabili, è più facile inneggiare all’orgoglio sardo, quanto all’invasore nero e a quello nordico, in una pratica populista collaudata, che in teoria sembra aver ancora presa, anche se non è corrisposta in egual misura dai sondaggi politici e tanto meno dalle letture degli stessi media.

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