Libero Grassi, un “libero sognatore” che ha cambiato la Sicilia

Libero Grassi è un simbolo imperituro della lotta al racket delle estorsioni, dell’affermazione della legalità e del coraggio contro la mafia. Un catanese d’origine, nacque nel 1924, da una famiglia antifascista che proprio per onorare il sacrificio di Giacomo Matteotti diedero al figlio il nome di Libero.

A otto anni si trasferì a Palermo con la famiglia e nel 1942 cominciò a studiare a Roma Scienze Politiche. Proprio in questo periodo si avvicinò idealmente al Partito d’Azione. Entrò in seminario non tanto per vocazione ma per evitare di andare in guerra e di combattere a fianco dei nazifascisti.

Successivamente ritornò a Palermo e continuò gli studi nella Facoltà di Giurisprudenza. Malgrado l’intenzione di divenire diplomatico, proseguì l’attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferì a Gallarate e si formò maturando come imprenditore, cosicché tornò a Palermo per aprire uno stabilimento tessile.

Fu molto legato alla moglie, Pina Maisano, con cui condivise nel 1955 la sua adesione, nonchè la fondazione del Partito Radicale di Marco Pannella. Nel 1961 iniziò un’intensa attività di collaboratore per diversi giornali e poi si impegnò attivamente con il Partito Repubblicano Italiano, per il quale fu nominato, nella seconda metà degli anni sessanta, “suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas”.

Si dimise, comunque, nel giugno 1969, e si candidò alle provinciali nel 1972 senza, peraltro, essere eletto. Ebbe anche problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, ma il momento più grave e pesante avvenne quando la sua impresa fu fatta oggetto di richieste di “pizzo” da parte di Cosa Nostra. Libero Grassi si oppose al racket sin dal primo momento, anzi, cominciò ad esplicitare pubblicamente questa presa di posizione e il suo impegno antimafia.

La condanna a morte di Grassi arrivò con la pubblicazione sul “Giornale di Sicilia”di una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai Tre, e anche su una rivista tedesca colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Restò celebre nel gennaio del 1991 la sua lettera scritta al Giornale di Sicilia con il titolo “Caro estortore” in cui si rifiutò di cedere ai ricatti mafiosi: “Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

L’imprenditore fece un gesto per quegli anni impensabile denunciando gli estortori che erano i fratelli Avitabile, i quali vennero arrestati il 19 marzo 1991 assieme ad un complice. Nonostante i pericoli che correva, Libero Grassi, rinunciò l’offerta di avere una scorta personale. Invece di ricevere il plauso e il sostegno di  Sicindustria ottenne indifferenza e isolamento.

In una lettera che venne pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 affermò che «l’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana» e in quell’occasione definì “scandalosa” la decisione del giudice catanese Luigi Russo che in una sentenza del 4 aprile 1991 affermò che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi.

Per tutto ciò Libero venne assassinato il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, venne trucidato a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si recava a piedi al lavoro. Palermo rimase scossa e ci fu una presenza popolare molto massiccia al suo funerale e partecipò anche l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Il figlio Davide sorprese tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre sosteneva la bara del padre. Non mancarono aspre e pesanti polemiche, tra chi sostenne fin dall’inizio la lotta dell’imprenditore, come i Verdi e Peppino Impastato e chi non prese le sue difese e non manifestò solidarietà alla sua battaglia,  come Assindustria.

Alcuni mesi dopo la morte di Grassi, fu varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Nonostante le continue minacce e intimidazioni la vedova Pina Maisano Grassi, proseguì la lotta per la legalità in nome del marito, all’interno delle istituzioni e al fianco della società civile collegandosi con tante associazioni anti-racket che sorsero dal 1991 in Sicilia e in tutta Italia. Pina Maisano fu eletta anche senatrice nella lista dei verdi. 

Nell’ottobre del 1991 vennero arrestati il killer Salvatore Madonia, detto Salvino, figlio del boss di Resuttana, e il suo complice, Marco Favaloro, che in seguito si pentì e contribuì alla ricostruzione dell’agguato. Madonia fu condannato in via definitiva al 41-bis, e con lui l’intera Cupola di Cosa Nostra con una sentenza del 18 aprile 2008 tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri.

Grassi soleva dire “Io non sono pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità di imprenditore”. Il 20 settembre 1991, Santoro e Maurizio Costanzo dedicarono una serata televisiva a reti unificate (sia Rai che Fininvest) alla figura di Libero Grassi.

Grassi resta e resterà per sempre un esempio di “libero sognatore” che ha contribuito a cambiare la Sicilia.

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