Salvo Andò: “Un’occasione unica e irripetibile per costruire una nuova Europa”

Il venticello di Ventotene soffia con una brezza benefica sull’Europa e si riapre una nuova occasione per creare le condizioni di rafforzare l’autorità politica comunitaria nel nostro continente. Dopo il dramma della pandemia le risorse del Recovery fund o next generation decise per finanziare la ricostruzione nei Paesi dell’U.e. ,consolida per la prima volta il debito che ne consegue in una condivisione solidale con obbligazioni comuni. Ci sono possibilità, quindi, di transitare lentamente verso un Europa politica più forte e compiuta che preveda per esempio una politica fiscale comune o un ministro del tesoro unico. Si aprono nuovi sbocchi e scenari politici. Ecco le riflessioni e il pensiero di Salvo Andò su questi tempi di grande attualità.

La cancelliera Merkel ha in questi mesi spronato l’Europa ad agire velocemente per mettere a disposizione degli Stati maggiormente colpiti dalla pandemia una quantità di risorse senza precedenti, quanto a consistenza e finalità perseguite. Ha spiegato che il Covid 19 ha fatto emergere un’Europa vulnerabile, e che mai coesione e solidarietà sono state così importanti come oggi. Insomma, c’è bisogno di una nuova Europa “sempre più unita e forte’’, grazie soprattutto ad una prevalente dimensione sociale. Si tratta quindi non solo di affrontare le emergenze prodotte dal Covid 19, ma anche questioni colpevolmente irrisolte in questi anni: dall’immigrazione alle politiche della solidarietà, ai difficili rapporti con gli Stati Uniti, alla riforma della governance europea, alla difesa dello Stato di diritto. Un disegno politico così ambizioso va attuato in modo graduale, dovendo superare resistenze e dissensi che vengono dai cosiddetti paesi frugali del nord e dai governi dei paesi ex comunisti, ostili ad una devoluzione di nuove competenze ad un’Ue destinata a diventare sempre meno intergovernativa e sempre più comunitaria. Con i paesi del nord che tradizionalmente hanno condiviso le posizioni assunte dalla Germania non sarà difficile trovare un compromesso. Meno facile sarà invece l’accordo con quei paesi che sono entrati in Europa dopo l’implosione dell’impero comunista di cui facevano parte”.

Ex ministro della difesa Salvo Andò

Sembra proprio che l’allargamento a nazioni e paesi che non hanno ancora maturato una visione europeista moderna abbia tracciato un solco negativo ancora più profondo nel processo di rafforzamento dell’Unione Europea.

“La verità è che l’Europa larga si è rivelata sempre più debole perché populismi e nazionalismi hanno creato un diffuso sentimento di ostilità tra le popolazioni verso l’Ue, presentata come matrigna cinica nonché invadente allorché difendeva le politiche del rigore. Si è trattato di una rappresentazione dell’Ue certo agevolata da alcuni gravi errori compiuti dalla Commissione in occasione della crisi finanziaria esplosa nel 2007-2008, quando si è tollerato che un paese come la Grecia, indebitato, si potesse trasformare in un emporio di povertà. Ma il rifiuto dell’Europa da parte di alcuni paesi come quelli del gruppo di Visegrad – soprattutto Ungheria e Polonia – è un rifiuto culturale che riguarda l’Europa come civiltà. Ciò peraltro era stato previsto da molti ai tempi della loro frettolosa ammissione nell’Ue”.

Questi Stati pare conservino il retaggio di regimi dittatoriali che assumo le sembianze di democrature e, quindi, non riescono a sviluppare un processo compiuto di modernizzazione con l’affermazione di libertà sociali e civili.

“Il veto, anche solo minacciato, non ha consentito all’Ue di esercitare competenze che pure i trattati ad essa riconoscono. Sono passati più di trent’anni dal crollo dei vecchi regimi: ma i nuovi governi paiono pur sempre ostili allo Stato di diritto, alle libertà culturali, ai diritti delle minoranze. Insomma: non riescono ad uscire da una condizione ambigua, che dà luogo a democrature che stentano ad evolvere verso limpide democrazie. Mentre l’Europa può uscire dalla crisi esistenziale che in questi anni l’ha travagliata se riconquisterà una necessaria omogeneità sul piano dei valori posti a base della convivenza tra i suoi popoli. Il processo di integrazione va rilanciato rimuovendo le macerie che in questi anni sono state prodotte da una situazione di paralisi decisionale che ha contribuito in misura rilevante a far crescere i movimenti antieuropeisti, in grado di strumentalizzare le difficoltà e le tensioni sociali prodotte dalla crisi economica combinando insieme nazionalismo economico e populismo politico. E’ accaduto che la disintegrazione dell’Europa sia diventata progetto politico condiviso all’interno di molti Stati da schieramenti che via via hanno creato seri problemi di governabilità: mettendo in crisi i tradizionali partiti di governo, presentati all’opinione pubblica come corresponsabili con la loro passività delle politiche del rigore dell’Ue che hanno fatto della diseguaglianza una scelta politica, impoverendo i ceti medi per promuovere una crescita che è stata assai debole. Da ciò il diffondersi di un sentimento antieuropeista sempre più aggressivo. Oggi questi movimenti sono comprensibilmente in prima linea contro il rilancio dell’Ue promosso dalla Merkel, da Macron, dalla Von der Layen, e che può contare sull’appoggio dei maggiori paesi europei”.

Ancora una volta prevale i limiti del confine, dell’etnia e del nazionalismo che determina conflitti e che si trasforma spesso nella divisione, nell’astio e nella diffidenza tra comunità che si sono contrastate nella storia e che oggi sembrano non sapersi unificare sul piano istituzionale e politico.

“Contro questo disegno si schiereranno coloro che vogliono un’Europa che sia poco più di un’Unione doganale. Costoro continueranno ad opporsi al compimento del processo politico grazie al quale l’Europa possa competere alla pari con le grandi potenze che hanno una dimensione continentale: ma soprattutto si opporranno al superamento del metodo dell’unanimità, che consente a ciascuno Stato di fermare con il veto decisioni di grande rilevanza dal punto di vista dell’interesse europeo. Il veto, anche solo minacciato, non ha consentito all’Ue di esercitare competenze che pure i trattati ad essa riconoscono. È stata emblematica da questo punto di vista negli anni passati la vicenda dell’immigrazione, su cui non si è consentito all’Ue di avere una linea comune. E adesso c’è la resistenza opposta da alcuni governi alle misure proposte dalla Commissione per aiutare i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia, le cui economie sono in ginocchio. Pare inevitabile uno sdoppiamento che porti alla formazione di un’unione federale di tipo composito. Ma soprattutto non è accettabile una concezione minimalista dell’integrazione, tale da escludere l’ingerenza dell’Ue nella domestic jurisdiction nel caso di violazione dei principi fondamentali dello Stato di diritto da parte di alcuni paesi. Chi vuole un’Europa minima che si limiti a regolare il mercato sostanzialmente condivide le ragioni per le quali il Regno Unito ha scelto la Brexit. Ma se cosi stanno le cose, è bene che questi paesi si facciano da parte in una fase della vita dell’Ue come quella che stiamo vivendo, in cui pare che esistano le condizioni per un rilancio dell’originario disegno dell’unità europea. E’ bene che essi seguano l’esempio di Londra, perché non è detto che l’Europa perdendo qualche pezzo sia più debole, ma anzi è vero proprio l’opposto”.

Potrebbe avvenire che ci siano due Europe con velocità diverse oppure persino un’uscita di paesi che non condividono il progetto comunitario rappresentando un ostacolo per l’Unione Europea.

Chi ritiene di condividere un progetto di espansione del ruolo dell’Ue difficilmente potrà convivere con chi ritiene di potere usare il metodo dell’unanimità per fermare tale progetto. E’ inevitabile che i paesi retti da governi sovranisti escano, o comunque si collochino all’interno di un’Europa sdoppiata, a cerchi concentrici. Occorre prendere atto che si fronteggiano ormai da tempo due Europe: una è convinta della necessità di un’Unione politica più piccola ma più forte; l’altra è fermamente legata all’idea di un’Ue che sia solo mercato. Queste due Europe possono essere collegate nel mercato unico, ma per quanto riguarda tutto il resto devono seguire un destino assolutamente differenziato. L’Europa che vuole l’integrazione politica deve dare vita ad un’unione federale più piccola, che più o meno corrisponde all’euro zona, con circa330 milioni di abitanti, quindi superiore a quello degli Stati Uniti. In sostanza pare inevitabile uno sdoppiamento che porti alla formazione di un’unione federale di tipo composito. Se il processo di integrazione andrà avanti nella direzione indicata dalla Merkel e da Macron – dai grandi paesi europei e dai vertici dell’Ue – non pare dubbio che la cittadinanza europea potrebbe acquisire nuovi contenuti e non essere mera espressione riepilogativa di diritti che l’individuo può esercitare a livello comunitario. Solo così essa potrà dare al cittadino europeo nuove opportunità, come si auspicava attraverso la campagna lanciata nel 2006 dal Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza: “tutti diversi, tutti uguali’’.

L’inizio del semestre di Presidenza tedesca può fronteggiare il pericolo di sfarinamento del nuovo lievito politico e potrebbe essere l’occasione di rilancio fondato su basi nuove della casa comune europea.

Non pare dubbio che il rilancio della costruzione europea che comincia con il semestre di presidenza tedesca sia destinato ad andare avanti, se si considera che entro due anni sarà la Francia a presiedere l’Ue, e si potrebbero quindi consolidare i progressi compiuti in questo semestre. E non pare altresì dubbio che coloro che ostacolano questo processo saranno intransigenti nella difesa del metodo dell’unanimità, che in questi anni non ha consentito all’Ue di esercitare competenze che pure i trattati ad essa riconoscono. Costoro continueranno ad opporsi al compimento del processo politico grazie al quale l’Europa potrebbe competere alla pari con le grandi potenze che hanno dimensione continentale. Ai sovranisti che spiegano che bisogna fare solo gli interessi dei cittadini dei singoli Stati, mettendo in competizione gli Stati tra loro, l’Europa deve contrapporre una nuova sovranità che garantisca a tutti i cittadini europei uno standard più elevato di diritti ed una politica estera e della difesa comune che consenta di presidiare efficacemente l’interesse europeo soprattutto nella regione mediterranea”.

Le continue tensioni mondiali tra Cina e Stati Uniti per l’egemonia mondiale provoca una “guerra commerciale” che da fredda diviene calda con l’aumento dei dazi doganali. Il ruolo dell’Europa pare passivo e assente vittima di questo conflitto planetario.

L’Europa, nel conflitto tra Cina e Usa, non dovrebbe essere più in questa ottica un’entità marginale, uno spettatore passivo: ma rivendicare una libertà di manovra adeguata al suo grande mercato e alle potenzialità che è in grado di esprimere come potenza industriale oltre che come continente dei diritti. A tal fine essa non può muoversi sulla base delle iniziative assunte dai singoli Stati, spesso interessati a stabilire rapporti bilaterali con altri Stati. Gli Stati europei, anche i più importanti, nel nuovo assetto geopolitico prodotto dalla globalizzazione paiono essere dei nani. Questa “altra Europa’’ di cui si discorre costerà certo molto di più. Si dovrà almeno raddoppiare il budget europeo, soprattutto se una parte delle politiche del Welfare a cui assolvono gli Stati nazionali sarà gestita direttamente dall’Ue attraverso una fiscalità condivisa. In prospettiva, insomma, la cittadinanza europea non dovrebbe essere più una scatola semivuota, ma comprendere diritti e doveri essenziali per la piena realizzazione del cittadino europeo”.

Ecco sotto questo profilo occorre riflettere sul processo che conduce a questa tanta agognata cittadinanza europea ancora non definita negli elementi essenziali.

Se il processo di integrazione va avanti nelle forme di cui sta discorrendo in questi mesi non pare dubbio che la cittadinanza europea acquisirebbe i caratteri di un vero e proprio status, e non una mera espressione riepilogativa di diritti che l’individuo può esercitare a livello comunitario. La Merkel e la presidente della Commissione europea, sua storica sodale, avranno sicuramente calcolato costi e ricavi della sfida. L’istituzione di una cittadinanza comune ha fatto si che l’individuo non fosse più visto solo come un fattore dell’integrazione economica. Occorre adesso che si superi però questa ristretta dimensione. La struttura di cittadinanza duale creata a suo tempo dal Trattato sull’Unione conteneva i germi di una sua potenziale evoluzione: nel senso che spingeva verso un’accelerazione del processo di integrazione facendo si che via via si invertisse il rapporto tra le due cittadinanze, quella europea e quella nazionale, dando alla prima carattere prevalente man mano che venivano superati particolarismi nazionali. Oggi questa evoluzione pare essere più a portata di mano. Per dare alla nuova Europa adesso auspicata da tanti una chiara identità politica non occorre una Costituzione formalmente deliberata da un organismo a cui si riconosce un potere costituente: visto che una nuova costituzione già c’è, non occorre neppure superare il deficit democratico a cui si imputano tutte le criticità riscontrate sinora nel funzionamento dell’Ue attraverso l’emergere di un demos europeo, visto che l’elemento distintivo dell’Ue è costituito da demoi: dalla pluralità dei popoli che si sono messi insieme per condividere uno stesso destino”.

La figura di Angela Merkel appare essenziale con la possibile acquisizione di una maggiore consapevolezza delle potenzialità europeiste che potrebbe prevalere sulle del sovranismo nazionalista.

“La Merkel ha spiegato che l’Europa sarà più unita non solo se si doterà di nuove regole che riguardano il suo funzionamento, oggi condizionato dal potere di veto riconosciuto ad ogni Stato membro, ma se riuscirà a promuovere una “coscienza politica europea’’, obiettivo questo che il Trattato dell’Unione all’art 10 assegna ai partiti europei, riconosciuti da un Regolamento che ne regola lo statuto e prevede l’attribuzione ad essi della personalità giuridica. E’ un fatto confortante che Germania, Francia, Italia, Spagna e altri paesi del “fronte della solidarietà” siano tutti schierati dalla stessa parte, rivendicando un’Europa più unita impegnata a promuovere uno sviluppo sostenibile condiviso: in primo luogo attraverso il Green Deal, che dovrebbe essere il più grande progetto di contrasto delle emergenze climatiche mai sperimentato nel mondo. E ciò comporta tra l’altro massicci investimenti nel campo dell’alta formazione e della ricerca, destinati a fare dell’Europa non solo il continente dei diritti, ma anche della conoscenza. Insomma: se la Germania del dopo Maastricht ha rappresentato un fattore decisivo di freno delle potenzialità che il processo di integrazione avrebbe potuto esprimere per avere più Europa, adesso – stando alle esternazioni recenti fatte dai suoi maggiori leader – essa pare determinata a svolgere un ruolo decisivo per portare a compimento il processo di integrazione. E se si muove in questo senso, la Germania, è prevedibile che il fronte dei paesi germanofili si stringa intorno ad essa. La Merkel e la presidente della Commissione europea, sua storica sodale, avranno sicuramente calcolato costi e ricavi della sfida che hanno ingaggiato: sentendosi anche affrancate dal condizionamento elettorale, una volta che la cancelliera tedesca ha deciso di non riproporsi per un quinto mandato. Se l’intesa tra i grandi paesi regge, con la presidenza tedesca si avvia un percorso di rifondazione dell’Ue che dovrebbe portare ad un nuovo Trattato, aperto a chi ci sta: non si tratta di un salto nel buio, ma di un percorso obbligato”.

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