I torbidi intrighi del sequestro di Ciro Cirillo

L’affaire di Ciro Cirillo fu un caso clamoroso che fa discutere, ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni. Cirillo fu un esponente della Democrazia Cristiana in Campania, vicino ad Antonio Gava. Fu un uomo potentissimo nella Regione dove ricoprì tutte le cariche politiche più importanti da segretario provinciale della Dc a presidente della Provincia.

Nel 1979 venne eletto Presidente della Regione Campania, mentre nel 1981 è assessore regionale ai lavori pubblici nella stessa regione. Cirillo assunse anche la carica di vicepresidente del Comitato tecnico per la ricostruzione del terremoto dell’Irpinia. Il 27 aprile 1981, in serata, prima della 22.00, venne rapito nel proprio garage di casa a Torre del Greco. Fu sequestrato da un commando di cinque appartenenti alle Brigate Rosse, che furono capeggiati da Giovanni Senzani. Ci fu un conflitto a fuoco in cui persero la vita l’agente di scorta maresciallo di P.S. Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello, mentre venne gambizzato il segretario particolare dell’assessore campano all’urbanistica, Ciro Fiorillo.

Il 24 luglio 1981 Ciro Cirillo fu rilasciato a Poggioreale per la sua liberazione le Brigate Rosse ricevettero un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire «raccolti da amici», secondo quanto fu sostenuto dallo stesso Cirillo. Il pagamento del riscatto avvenne tre giorni prima della liberazione sul tram per Centocelle a Roma e fu portato da una persona di fiducia della famiglia. Le modalità della liberazione dell’assessore napoletano fu causa di un aspro scontro politico e una polemica durissima poiché, a differenza del sequestro Moro, la DC fu sempre disponibile per una trattativa con i terroristi anche se ciò avvenne di nascosto.

Si fece osservare l’incoerenza del fronte della fermezza ad ogni trattativa con le BR che agì nel caso Cirillo con cinismo e opportunismo adoperandosi per la liberazione del sequestrato.

Si venne a sapere ben presto che Raffaele Cutolo, capo e fondatore della Nuova Camorra Organizzata, fu protagonista della trattativa per la liberazione di Cirillo e ciò avvenne tramite intrecci mai conosciuti sino in fondo tra BR, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti.

Infatti, funzionari e ufficiali iscritti alla P2, con la mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al Sismi si prodigarono in favore di Cirillo e un articolo del 16 marzo 1982 dell’Unità pubblicò un resoconto della giornalista Marina Maresca in cui si fece riferimento ad un documento del Ministero dell’interno che affermava di politici democristiani, quali Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca che sarebbero intervenuti nei negoziati incontrando lo stesso Raffaele Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno.

Si trattò in realtà di un falso, fatto pervenire al quotidiano da Luigi Rotondi, torbido e ambiguo personaggio nel 1984 già condannato per presunta appartenenza alla camorra e compilato dal criminologo Aldo Semerari che, prima di essere decapitato e ucciso, scrisse una lettera con cui si assunse la responsabilità del falso documento.

Intervenne persino il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che fece pressioni per far trasferire il boss Cutolo al carcere dell’Asinara. Nel luglio 1988 Carlo Alemi, giudice istruttore del Tribunale di Napoli,
depositò una sentenza-ordinanza di 1.531 pagine con cui venne rinviato a giudizio Cutolo insieme ad altri 14 imputati. Si disse in questo atto giudiziario che alcuni esponenti della DC avrebbero avviato una trattativa con il boss camorrista e si chiamò in causa anche l’ex ministro Antonio Gava.

Il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita affermò che Alemi si era posto “al di fuori del circuito istituzionale” e nel settembre 1988 il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli aprì un’indagine disciplinare, poiché il giudice istruttore indicò nel suo provvedimento i nomi degli onorevoli Flaminio Piccoli, Antonio Gava, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca come partecipi delle trattative.

Alcuni giorni dopo il deposito della sentenza-ordinanza, inoltre, l’onorevole Vincenzo Scotti denunciò il giudice Alemi per diffamazione e abuso d’ufficio, reati dai quali il magistrato venne assolto l’anno successivo.

Nel 1990 anche il CSM assolse Alemi, riconoscendo la correttezza del suo operato. Il giudice Alemi sostenne che il giorno dopo il rapimento di Cirillo il SISDE intervenne per contattare Cutolo, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. All’appuntamento si sarebbero recati due funzionari del SISDE, Giorgio Criscuolo e Raffaele Salzano, accompagnati da Giuliano Granata, sindaco di Giugliano ed ex segretario di Cirillo, insieme a Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutulo.

Vi sarebbero stati altri incontri e nelle trattative subentrò il SISMI, con il colonnello Giuseppe Belmonte e l’ufficiale dell’aeronautica Adalberto Titta, nonché altre persone come Francesco Pazienza, collaboratore del SISMI.

Cutolo riuscì a contattare le BR attraverso i terroristi di sinistra detenuti Luigi Bosso, Emanuele Attimonelli e Sante Notarnicola, in realtà affiliati alla Nuova Camorra Organizzata, che furono trasferiti per tale scopo nel carcere di Palmi mentre il camorrista Pasquale D’Amico, gregario di Cutolo, venne trasferito nel carcere di Nuoro riuscendo ad agganciare i brigatisti Roberto Ognibene e Alberto Franceschini.

La “colletta” del riscatto fu promossa dagli onorevoli Patriarca e Gava che si sarebbero rivolti ai principali imprenditori napoletani, ma, questa circostanza fu sempre negata dai politici DC. Mentre un altro miliardo e mezzo di lire fu raccolto con il contributo del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Per la sua mediazione a Cutolo sarebbero stati promessi circa un miliardo e mezzo di lire, perizie psichiatriche compiacenti e persino una fetta degli appalti per la ricostruzione del dopo-terremoto del 1980.
Nel 1989 il Tribunale di Napoli condannò Cutolo a due anni e dieci mesi di carcere per falso e tentata estorsione perché usò il falso documento pubblicato sull’Unità per estorcere favori allo Stato.

L’ex direttore del carcere di Ascoli Piceno, Cosimo Giordano, fu condannato a dieci mesi, mentre, otto mesi furono inflitti alle guardie carcerarie Rosario Campanelli, Giorgio Manca e Salvatore Cocco.

Tutti gli altri imputati, compresi Luigi Rotondi e la giornalista Marina Maresca, furono assolti o prescritti. Nel 1993 il processo d’appello capovolse la sentenza di primo grado, assolvendo Cutolo e gli altri condannati, riconoscendo però l’esistenza della trattativa e le deviazioni dei servizi segreti nella vicenda.

L’esistenza di una trattativa per liberare Cirillo fu accertata nel 1984 dal Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza, presieduto dal senatore Libero Gualtieri, che pubblicò una relazione sul caso nella quale si affermava che “vi erano stati fatti di gravissima degradazione e deviazione dei nostri servizi di sicurezza”.

Anche la relazione sulla camorra, presentata nel 1993 dalla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Luciano Violante, affermò sul caso Cirillo che “la negoziazione, decisamente smentita nei primi tempi, è oggi riconosciuta senza infingimenti”.

Nel caso Cirillo, comunque, prevalse una ragion di Stato, mentre, per il povero Moro, si usò una politica irriducibile e ferma che lo portò ad una morte orribile. Tutto ciò fu scandaloso e immorale, tra l’altro non furono mai chiariti e accertati lo svolgersi dei torbidi intrighi.

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