Salvemini e Giolitti, due mondi in contrasto

Tra le pieghe della storia si possono ritrovare polemiche di pensatori che si contrastano e che si reiterano come una sorta di coazione a ripetere della storiografia moderna.

Si cita il caso di Benedetto Croce, che fece numerosi voli pindarici per legittimare le sue teorie e il grande filosofo utilizzò l’idealismo storicista per giustificare qualunque cambiamento di posizione senza bisogno di fare mai un’autocritica.

In tal senso i comunisti italiani sono stati più crociani che marxisti, sfruttarono lo storicismo per assolversi da qualsiasi colpa o responsabilità. Chi non è affetto da questa sovrastruttura metodologica che difende anche l’indifendibile, invece, tende a coltivare dubbi e a porsi interrogativi per scavare nelle cose e nei fatti della storia.

In tal senso Gaetano Salvemini fu un grande studioso scevro da ideologismi che osservò la realtà con acume e lucidità. Oggi si pubblica un saggio di questo importante personaggio uscito nel 1952 sul Ponte ed il curatore è Francesco Torchiani che ha sostituito il titolo originario, “Fu l’Italia pre-fascista una democrazia?”, con l’altro che invece è del paragrafo d’esordio, “La rivoluzione del ricco”. Fu l’espressione usata da Giuseppe Ferrara che indicò quel processo con cui nell’800 la borghesia conquistò un modello di regime parlamentare prima che i poveri potessero organizzarsi. Questo regime concesse il voto solo a chi avesse un certo grado di ricchezza e, naturalmente, secondo la concezione moderna non è affatto democratica perché non garantisce diritti uguali per tutti.

Con l’avvento del Regno d’Italia poi, quando si affiancarano agli elettori per censo anche quelli alfabetizzati si chiuse il cerchio. Sembra proprio che contemporaneamente da un lato non si fece nulla per allargare la platea di coloro che potessero avere i requisiti per votare e dall’altro si istituiscono le autonomie locali che vengono annullate quando garba tramite il ruolo dei prefetti.

“Per gli amici le leggi s’interpretano e per i nemici si applicano”, sostenne Giolitti e, infatti, nel mezzogiorno la maggioranza liberale usò con cinismo scrupoloso, sia i prefetti che i mazzieri. La cosa che stupisce è il fatto che lo Storico Torchiani diviene polemista e si trova a riformulare il giudizio su Salvemini che nel 1910 aveva chiamato Giolitti “il ministro della mala vita”.

A inizio secolo Salvemini lottò per il suffragio universale e per ironia ai limiti della beffa sarà Giolitti che si avvicinò alla sua quasi completa realizzazione e che l’offrì al popolo come un pranzo “alle otto di mattina”. Da allora, però, manipolare le elezioni divenne più difficile mentre nel frattempo la corruzione giolittiana rese il Parlamento fiacco a tal punto che nel 1915, malgrado fosse contrario alla guerra, non seppe resistere agli interventisti.

Nonostante il bilancio dell’operato di Giolitti non fosse del tutto negativo per molti storici, per Salvemini si mostrò mellifluo e opportunista. A parer suo, nel ’700 sarebbe stato un sostenitore del dispotismo illuminato, “ebbe il buon senso di non frastornare i movimenti spontanei dell’economia”.

Giolitti, secondo Salvemini, ridusse le elezioni a “ludi cartacei”, e, quindi, “fu per Mussolini quel che Giovanni il battezzatore fu per Cristo”.

A che serve, quindi, il suffragio universale anche se ristretto agli uomini se nessuno sa che farsene, quando in campo vi è una personalità con scarse doti morali.

Il vecchio Salvemini rinnova e rivendica, insomma, le sue critiche; ma ammette che da giovane avrebbe dovuto guardare “con maggior sospetto” a coloro che se ne compiacevano.

E nel ’52 è di nuovo con la reazione “hegeliana” che Salvemini deve combattere e, dopo le dure polemiche con il “Dottor Pangloss” Croce, si dovette scontrare anche con Togliatti che arrivò, persino, a giustificare i metodi giolittiani considerandoli adeguati all’epoca.

E se Croce si contraddisse confondendo il culto dell’esercizio della forza con il liberalismo, Togliatti tempera il suo storicismo rimproverando a Giolitti di non aver fatto una radicale riforma agraria, alla fine di non essere stato comunista come lui(sic!) . Non bisogna stupirsi poiché nel dopoguerra molti videro nel Migliore un politico spregiudicato e accorto, quanto l’uomo di Dronero e, quindi, per molti esistette una somiglianza tra Togliatti e Giolitti.

Mentre nitida e chiara appare la differenza tra Salvemini e Giolitti che rappresentano figure simboliche destinate a cozzare in eterno: da una parte un virtuoso della democrazia e della libertà, dall’altra un cinico fautore del pragmatismo politico che prima assume le sembianze giolittiane, poi diventa togliattiano, andreottiano e via dicendo sino ai giorni nostri.

Gli uomini del partito d’azione non considerarono e non praticarono il compromesso, così scomparirono molto presto nell’Italia repubblicana. Dall’altra parte, invece, si ersero i tattici che sottovalutarono il rischio della deriva illiberale. Salvemini fu un volitivo, che cercò di tradurre una fantasia astratta in strumento pratico di progresso.

Disse di lui il grande Piero Gobetti. “Ha una faccia sola. Vede tutte le cose linearmente” e in tal modo ne descrisse la sua limpidezza stilistica e morale. L’Italia, però, è la patria dell’ambiguità torbida e del Giano bifronte e, quindi, è un poco complicato per essere capito.

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