LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL PD

Il referendum spacca i democratici ed imbarazza la sinistra.

Nonostante il passaparola sia quello di “far passare la nottata” il più velocemente possibile il Referendum che decapita il Parlamento, violenta la Costituzione in modo così radicale per la prima volta dal 1946 crea più di un grattacapo politico al Partito Democratico ed investe le coscienze dell’elettorato di sinistra che ha una tradizione costituzionale e repubblicana lunga e consolidata.

Non si tratta soltanto della tenuta di un Governo che è nato e rinato nella transitorietà determinata da un voto elettorale confuso, ma della direzione di marcia istituzionale che un paese deve assumere per fronteggiare il populismo che si presenta in diverse forme ed ha aggredito le istituzioni italiane ed europee in forme mai conosciute prima.

I Cinquestelle che ereditano dalla Lega Bossiana il mantra della riduzione dei parlamentari (questi ultimi ritenevano da sempre prevalenti le rappresentanze territoriali regionali rispetto a quelle nazionali) ed implementano all’abrogazione delle pensioni dei vecchi deputati la campagna per il taglio, simboleggiato dalle forbici, della rapprersentanza parlamentare. Quest’ultima, lo ripetiamo, determinerebbe non soltanto un grave vulnus alla funzionalità democratica (riduzione della rappresentatività territoriale, emarginazione delle minoranze, superfetazione del ruolo delle oligarchie partitiche e maggioranze parlamentari sufficienti per eleggere le alte cariche dello Stato e i Giudici della Corte Costituzionale) ma rappresenterebbe simbolicamente il suggello della lunga marcia antipolitica delle forze reazionarie proprio mentre queste stanno andando incontro ad una severa riduzione del loro consenso popolare dopo l’opaca ed ambigua prova ed esperienza di governo.

Il Partito Democratico è in forze ciò che resta del vecchio PCI e della vecchia sinistra DC, quindi erede della tradizione costituzionale e repubblicana, in ragione di ciò si è schierato solennemente e per ben tre voti parlamentari contrariamente a questo delirante taglio dei parlamentari; condizionando la nascita del Governo al voto per l’amputazione dei parlamentari, divenuto nel frattempo il mantra a cinquestelle, il Partito Democratico si è chiuso in una trappola che, qualsiasi sarà l’esito, determinerà un insuccesso politico di proporzioni notevoli e che non potrà lasciare strascichi e lacerazioni politiche.

Non sono piccole e fisiologiche minoranze a sinistra che si oppongono allo scellerato taglio della rappresentanza parlamentare democratica ma personalità di primo piano che hanno segnato la Storia del PD, della DC e del PCI.

Da Romano Prodi a Emanuele Macaluso passando per Rosy Bindi, Luciano Violante e gli ex Presidenti Gianni Cuperlo e Matteo Orfini; un pezzo del gruppo dirigente del partito che ha guidato la sinistra in questi anni sta affrontando diviso questa consultazione elettorale, piazzata alla fine dell’estate, condizionata dalla pandemia ancora in atto che tuttavia segnerà l’ennesima violazione della Carta Costituzionale senza offrire alcun disegno di riforma istituzionale ma esaltando la campagna antipolitica ed antipartitica messa in campo dalle forze reazionarie in tutto il mondo.

Una grave battuta di arresto per la sinistra democratica che non pare più voler essere il baluardo (financo ottuso per tanti anni) della Carta Costituzionale ma una debole e opportunistica parte politica che per salvare un quadro politico fragile arriva persino a barattare la rappresentanza popolare barattata per oscuri disegni neo-autoritari.

La scelta di schierarsi per il “Si” e poi sottrarsi al confronto politico pubblico denuncia lo stato confusionale del gruppo dirigente del Partito Democratico che per giunta dovrà fare i conti anche con un’eventuale sconfitta nelle elezioni regionali provocata per altro dalla presenza di candidati alternativi di cinquestelle e Italia Viva per giunta alleati di Governo e complici nella scellerata operazione del taglio dei parlamentari.

Evidentemente la crisi economica incombente e le scadenze autunnali cercheranno di far soprassedere ad una discussione che tuttavia diventerà presto o tardi necessaria sulla natura del Partito Democratico, sulla sua vocazione politica che ha finito per essere subalterna alle scelte altrui in campo istituzionale su temi fondamentali come gli assetti parlamentari e la Giustizia lasciando la sinistra sguarnita di una solida posizione politica circa la nuova questione democratica che si è aperta in Italia con la crisi dei partiti e la nuova questione istituzionale che si aprirà in Europa (e che si è già aperta con la discussione sul MES rifiutato dal partito di Conte) per rilanciarne il ruolo in campo economico e sulla politica estera.

A questo appuntamento siamo in presenza di un partito che una volta era grande e che si è fatto piccolo, confuso e senza una reale bussola. In questa confusione rischiano di venire trascinate anche le residue forze riformiste e democratiche della sinistra italiana che il PD ha avuto la bella pensata di lasciare senza rappresentanza aprendo le porte alla futura affermazione delle destra e rilanciando il populismo dei cinquestelle proprio mentre era diretto al capolinea.

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