L’autonomia socialista e il buon governo di Giuseppe Romita

Giuseppe Romita nacque nel 1887 a Tortona da una famiglia povera, il padre Guglielmo fu contadino e in seguito capomastro. Crebbe in una condizione di gravi difficoltà per l’epoca e, comunque, riuscì a conseguire il diploma di geometra ad Alessandria. Sin da ragazzo dimostrò una volontà e una tenacia notevole e già nel 1904 aderì al Partito socialista italiano. Nel 1907, si iscrisse alla facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino, insegnando matematica in una scuola serale. Ebbe un ruolo di attivo protagonista del movimento socialista torinese e del dibattito politico cittadino. Fece il primo intervento pubblico nel 1909, in un confronto su un tema di grande attualità dell’Italia di inizio secolo e che fu “Socialismo e cattolicesimo di fronte alla questione sociale”. In questa occasione emerse nitidamente il suo anticlericalismo, inteso ad «affermare la sovranità della scienza sul dogma». Aderì a 16 anni alla sezione torinese della Federazione italiana giovanile socialista (FIGS), divenendo corrispondente dell’Avanguardia, che fu l’organo ufficiale della FIGS, e divenne anche membro del consiglio nazionale della Federazione. Fu tra i fondatori del fascio giovanile socialista di Torino, impegnandosi nella propaganda antimilitarista.

Nel 1910 fece una dichiarazione dirompente al congresso nazionale della FIGS in cui manifestò la sua idea di costruire la Repubblica e contestò duramente la monarchia, chiedendo anche al PSI di fare altrettanto. In quegli anni maturò fra i socialisti l’insofferenza assoluta verso i governi giolittiani e, nel 1911, vi furono le manifestazioni contro la guerra di Libia che determinarono la stagione dell’«intransigenza».

Questo clima fu alimentato dai risultati del congresso di Reggio Emilia del 1912 e dal direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini, di cui però Romita non condivise, in particolare, l’aspra critica alle istituzioni solidaristiche di tradizione riformista. Si laureò in ingegneria nel 1913 e, poi, divenne segretario della sezione socialista torinese nonché direttore del giornale “Grido del popolo”.

Dimostrò sempre buone capacità oratorie e non escluse nella prima fase uno sbocco rivoluzionario della protesta politica. Nel 1914 venne condannato a due mesi di reclusione per le sue posizioni antimonarchiche e lo stesso anno fu eletto consigliere comunale a Tortona e a Torino. Durante la prima guerra mondiale venne esonerato dal servizio militare e fu tra i fondatori, nel 1916, del movimento antimilitarista Soldo al soldato. Fu un grande agitatore della ‘rivolta del pane’ di Torino nel 1917 e per tale motivo venne arrestato trascorrendo alcuni mesi nelle carceri Le Nuove sino a quando fu prosciolto nel 1918.

Dopo la guerra, si avvicinò alle posizione del massimalismo di Giacinto Menotti Serrati e, nel 1919, venne eletto in Parlamento. Si sposò nel 1920 con Maria Stella, di origini tortonesi, ed ebbe due figli: Gemma (1922) e Pier Luigi che gli succedette in Parlamento nel 1958 diventando un’importante personalità politica.

Cercò sempre di ricomporre le divisioni laceranti nel Psi e durante il ‘biennio rosso’, nel 1920 Romita fu il primo degli eletti al Consiglio comunale di Torino. Dalle pagine del Grido del popolo e del Popolo socialista propose la costituzione di milizie operaie contro le squadre fasciste. Dopo la scissione di Livorno del 1921 e la nascita del Partito comunista d’Italia, rimase nel Partito Socialista e fu riconfermato in Parlamento.

Al congresso nazionale del PSI del 1922 modificò le sue antiche posizioni schierandosi contro i massimalisti, ma non riuscì a evitare l’espulsione – fuoriuscita dei riformisti e gradualisti che diedero vita al Partito socialista unitario. Nel congresso straordinario del Psi dell’anno successivo difese l’autonomismo socialista e le sue idee appoggiate da Nenni impedirono sul nascere progetti di fusione col PCd’I e favorendo, invece, la possibilità che vi fosse una maggiore e più libera dialettica interna.

Dopo la marcia su Roma, fu rieletto in Parlamento, nel 1924 e scelse l’Aventino dopo il delitto Matteotti. Nel 1926 con le leggi liberticide del regime che sciolsero i partiti decise di restare in Italia, per proseguire l’attività professionale, ma venne arrestato nella sua casa, a Mongreno, sulle colline torinesi, e condotto nelle carceri Le Nuove. Fu condannato per attività contraria al regime fascista a cinque anni di confino, prima a Pantelleria, poi a Ustica.

Nel 1927 fu trasferito a Palermo, nel carcere dell’Ucciardone, con l’accusa di aver costituito un’organizzazione clandestina antifascista; fu poi condotto nel penitenziario di Salerno. Nel 1928 venne prosciolto e confinato a Ponza; ottenne, nel 1929, la libertà condizionata e fu espulso dall’albo degli ingegneri.

Nel 1930, tornato a Torino, partecipò alla riorganizzazione del movimento socialista, ma fu arrestato nel 1931. Condannato nuovamente al confino, fu trasferito a Veroli (Frosinone), dove rimase con la famiglia fino al 1933, allorquando Mussolini ne dispose la libertà condizionata; lo stesso anno, si stabilì a Roma riprendendo l’attività professionale.

Nel 1930, tornato a Torino, partecipò alla riorganizzazione del movimento socialista, ma fu arrestato nel 1931. Condannato nuovamente al confino, fu trasferito a Veroli (Frosinone), dove rimase con la famiglia fino al 1933 sino a quando Mussolini ne dispose la libertà condizionata; lo stesso anno, si stabilì a Roma riprendendo l’attività professionale.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel 1942 Romita riuscì ad aggregare un nucleo di socialisti e addirittura a rifondare in clandestinità un esecutivo socialista di cui fu eletto segretario col mandato di occuparsi del nord Italia e, cosi, divenne segretario del Partito facendo sempre riferimento al Centro estero di Ignazio Silone, che espresse posizioni riformiste, internazionaliste e pacifiste.

Dopo il Gran Consiglio del 25 luglio 1943 i socialisti firmarono il patto di unità d’azione con il Partito comunista italiano e subito dopo, il PSI si fuse con il Movimento di unità proletaria di Lelio Basso, dando vita al Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), di cui Pietro Nenni fu nominato segretario, divenendo anche direttore dell’Avanti!.

Romita entrò nella direzione del nuovo partito e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, rappresentò il PSIUP nel Comitato di liberazione nazionale. Con la riconquista di Roma, nel 1944, fu nominato a titolo meramente onorifico vicepresidente della Camera dei deputati e, nel 1945, con la liberazione del Nord Italia, fu chiamato a dirigere l’edizione torinese dell’Avanti!. Nominato ministro dei Lavori pubblici nel governo presieduto da Ferruccio Parri, entrò a far parte della Consulta nazionale.

Dopo il governo Parri ci fu Alcide De Gasperi, nel dicembre del 1945, in questo governo Romita fu nominato ministro dell’Interno. La struttura ministeriale fu in gran parte ancora fedele alla monarchia e suo grande merito fu avere vigilato sull’organizzazione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Fu grazie al suo operato che si optò per un referendum popolare che decidesse la forma dello stato anziché lasciare tale decisione all’Assemblea Costituente. Da Ministro riuscì a mantenere l’ordine pubblico durante la campagna elettorale e respinse la richiesta monarchica di rinvio della consultazione referendaria. «Fu questo – scrisse nel 1959 – il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. Non feci brogli, mai; non tolsi un voto alla Monarchia, non ne diedi uno alla Repubblica […]. Nell’orientarmi, quindi, per la scelta dei comuni dove si doveva votare nella prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte, che ad ogni ministro deve essere consentita».

Fu, comunque, accusato lo stesso dai monarchici di brogli a favore della Repubblica per il fatto che i risultati del referendum furono resi pubblici solo il 5 giugno. In un primo momento i risultati che giunsero dal meridione diedero in vantaggio la monarchia, mentre, successivamente, con l’arrivo dei dati dal Nord, il risultato si invertì a favore della Repubblica. Tuttavia ancora oggi vi è una forte polemica sulla questione e la storiografia rimane fortemente divisa. Romita fu, comunque, sempre un fervente repubblicano, nei suoi diari non nascose l’ansia durante i primi momenti dello spoglio quando sembrò che la monarchia dovesse vincere il referendum.

I socialisti uscirono vincitori dall’elezione dell’Assemblea costituente, superando il PCI e Romita fu eletto nella circoscrizione Piemonte Sud. Fu sempre un laico convinto e  coerentemente con le posizioni dello stesso PSIUP votò contro l’articolo 7 e contro l’inserimento del Concordato nella carta costituzionale, opponendosi anche all’istituzione delle regioni che indebolivano a suo avviso l’integrità nazionale. Con l’avvio della ricostruzione, Romita tornò alla guida del ministero dei Lavori pubblici nel secondo governo De Gasperi. Promosse le infrastrutture per favorire l’occupazione e gli impianti per la produzione di energia elettrica. Ebbe il merito di ripristinò la grande viabilità e stanziò fondi per nuove linee ferroviarie e per opere idrauliche e marittime, sostenendo il Mezzogiorno attraverso la realizzazione di acquedotti e la creazione di consorzi fra enti locali.

Non aderì alla scissione di palazzo Barberini del 1947 e alla nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), criticando l’iniziativa di Giuseppe Saragat che reputò un errore tattico. Rimase nel suo partito, che riassunse la denominazione di Partito socialista italiano, divenne un convinto autonomista, denunciando l’unità d’azione con i comunisti e intensificando il dialogo con il PSLI. Fu Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel terzo governo De Gasperi fino al maggio del 1947, quando le sinistre passarono all’opposizione, fu contrario alla costituzione del Fronte democratico popolare per le elezioni dell’aprile del 1948, anche se al congresso socialista, nel gennaio, la corrente autonomista si dichiarò, infine, favorevole a esso, a condizione che PSI e PCI presentassero liste separate. La proposta, tuttavia, restò minoritaria.

La mozione non passò, ma ottenne comunque il 32,7% dei voti dei delegati. La sconfitta elettorale del Fronte Popolare alle elezioni del 1948 costrinse il PSI ad un nuovo congresso (Genova 27 giugno 1948) dove gli autonomisti di Romita ottennero il 27% e continuò il dialogo con l’Uds e il Psli con l’obiettivo di unire i socialisti.

Fondò la rivista Panorama socialista, suscitando la disapprovazione della dirigenza del partito, e, in un clima politico condizionato dalla guerra fredda, presentò, nell’ottobre del 1948, con l’Unione dei socialisti (UDS) di Silone e la sinistra del PSLI, guidata da Ugo Guido Mondolfo, un documento per l’unificazione socialista.

Nel congresso socialista del 1949 la sinistra riconquistò la maggioranza e Romita – contrario al Patto atlantico, in linea con le posizioni terzaforziste del Committee of the international socialist conference (COMISCO) – pubblicò con l’UDS un appello per l’unificazione, che suscitò la dura reazione di Nenni. Decise, quindi, di dimettersi dal PSI. Per questi motivi, al congresso del PSI di Firenze dell’11 maggio 1949 si decise persino la sospensione di Romita dal partito per sei mesi.

Così, per suo precisa iniziativa, il 4 dicembre 1949 a Firenze, nacque il Partito Socialista Unitario (PSU), che unificò gli autonomisti di Romita fuoriusciti dal PSI, l’UDS e le correnti di centro sinistra del PSLI. L’opera unitaria di Romita non venne meno neanche con la nascita di questo terzo partito socialista. Infatti, nel secondo congresso del PSU a Torino a fine gennaio del 1951, Romita fece passare (con una stretta maggioranza) una mozione per il dialogo unitario con il PSLI.

Al secondo congresso del PSU, nel 1951, la mozione di Romita ottenne la maggioranza e ciò lo indusse a presentare con Saragat un documento per l’unificazione con il PSLI. Lo stesso anno nacque il Partito socialista – Sezione italiana dell’Internazionale socialista, che non entrò nel governo, pur accettando il Patto atlantico, ma come alleanza difensiva contro il comunismo. Romita fu anche favorevole alla creazione della Comunità europea di difesa, a sostegno del processo d’integrazione europea.

Il primo maggio 1951 si addivenne alla fusione fra PSU e PSLI e si creò un nuovo soggetto, che ridusse a due i partiti socialisti, prese in un primo momento il nome di Partito Socialista Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista (PS-SIIS). Al congresso di Bologna del 3 gennaio 1952 il PS-SIIS assunse la definitiva denominazione di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e Romita fu chiamato alla segreteria nazionale.

Nel 1953 Romita con l’accordo di Saragat fu fautore di un reingresso del PSDI al governo per evitare una deriva a destra di stampo monarchico conservatore. Romita, nonostante avesse per lungo tempo sostenuto il sistema proporzionale corretto, appoggiò Saragat e si dichiarò favorevole alla riforma elettorale la controversa «legge truffa» che introdusse un premio di maggioranza per la coalizione che avesse raggiunto il 50% dei voti. Ciò portò la corrente di sinistra a uscire dal PSDI e con il Movimento di Unità popolare, guidato da Piero Calamandrei e Tristano Codignola, a essere decisiva per non far scattare il premio di maggioranza. A questo punto, Romita, eletto alla Camera dei deputati, si dichiarò, in sintonia con Saragat, favorevole a un ritorno dei socialisti democratici nella compagine ministeriale, per impedire uno scivolamento del governo verso destra.

Fu quindi nominato al dicastero dei Lavori pubblici, prima nel governo diretto da Mario Scelba, poi in quello presieduto da Antonio Segni. Furono decisive le sue iniziative, con il piano autostradale e quello per le case popolari, con la costruzione di acquedotti e il rafforzamento del sistema portuale furono determinanti per l’avvio del «miracolo economico italiano». Superò, infatti, le resistenze dell’ANAS che non aveva ancora approvato i piani tecnici di costruzione e si avviò la costruzione dell’autostrada.

Cosi, il 27 maggio 1957, insieme al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, posò la prima pietra della futura Autostrada del Sole. Si dedicò con la stessa forza ai piani per l’edilizia popolare, alla costruzione di acquedotti e al rafforzamento del sistema portuale italiano. Fu fautore della creazione di una rete di infrastrutture determinanti per l’avvio del miracolo economico italiano (1958 – 1963). Diede il suo sostegno all’adesione alla Ceca e della Ced.

Continuò sempre a lavorare per l’unità socialista in chiave autonomista soprattutto dopo le aperture del PSI al suo congresso di Venezia del 1957. Fu eletto nel comitato centrale del PSDI al congresso di Milano del 1957. Settantunenne, morì a Roma il 15 marzo 1958 per un attacco cardiaco. «Noi siamo democratici –  dichiarò nel 1954 – perché pensiamo che solo in un ordine socialista libero la classe lavoratrice possa veramente emanciparsi. Nel comunismo noi ravvisiamo un grave ostacolo a questa effettiva emancipazione. Per noi il nemico è dovunque vi sia un tentativo di sottrarre ai lavoratori l’arma più potente delle loro lotte che è la libertà politica» .

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