L’internazionalismo pacifista e il gradualismo socialista di Oddino Morgari

Oddino Morgari visse l’epoca epica del nascente socialismo quando sul movimento proletario organizzato si abbatterono gli strali della repressione di Francesco Crispi.

Proveniente da una famiglia torinese di pittori “freschisti”,  fu inizialmente mazziniano e divenne socialista nel 1891, dopo due anni fu eletto segretario della sezione torinese del PSI. Già nell’agosto 1893 Oddino fu arrestato nel corso di una manifestazione e condannato a dieci giorni di detenzione, mentre nel 1894, sottoposto a processo insieme a Treves per un suo articolo sul “Grido”, fu condannato a tre mesi di confino ad Aosta.

Quando cadde Crispi, Morgari poté tornare alla sua attività di dirigente politico e pubblicista e a 32 anni nel 1897 fu eletto deputato del Partito socialista italiano (PSI) a Torino, avviando così una lunga carriera parlamentare, che si protrasse ininterrottamente dalla XX (1897- 1900) alla XXVI legislatura (1921-24). Giunto a Milano nel maggio 1898, nei giorni della rivolta popolare e della brutale repressione, Morgari fu arrestato con l’accusa di aver incitato all’odio di classe.

Sottoposto a processo presso la corte marziale, fu però assolto per insufficienza di prove e tornò alla sua attività di parlamentare e di propagandista, che svolse anche sulle pagine del “Sempre avanti!, periodico per gli umili e i pratici”, il settimanale da lui fondato nel febbraio 1900. Aderì a posizioni gradualiste appoggiando l’alleanza elettorale del PSI con le forze radicali-democratiche per le elezioni politiche del 1900 e accogliendo con favore la svolta liberale guidata da Giovanni Giolitti nel 1901.

Non ebbe, però, mai tendenze definite ministerialiste’, anche se condivise qualche voto favorevole  del gruppo parlamentare socialista su singoli provvedimenti del governo liberale. Non mancò, infatti, di denunciare il trasformismo di Giolitti e i metodi spregiudicati dei deputati giolittiani, soprattutto al Sud.

Infatti, nel 1902, svolse un giro di conferenze proprio nel Meridione e pubblicò poi un pamphlet dal titolo “Un lupo in mitria. Requisitoria contro sua eccellenza monsignore dottor don Gaetano D’Alessandro vescovo e parroco di Cefalù in Sicilia”(Corigliano Calabro 1905), che fu un vero e proprio libro- inchiesta nel quale vennero anticipati i toni che di lì a poco furono usati da Gaetano Salvemini su Critica sociale.

In tale librò lanciò un’accorata e documentata denuncia contro la mafia invocando il suffragio universale maschile che, a suo avviso, costituiva l’unico strumento che avrebbe posto dei limiti alla corruttela dei notabili e consentito l’ascesa delle masse popolari.

Collaborò a La parola del povero, supplemento de Il Grido del Popolo , iniziando un’attività giornalistica che lo porterà nel 1908  a diventare direttore de l’Avanti!, organo del partito. Si rese protagonista di una polemica relativa alla condizione di vita del deputato, da cui derivò l’istituzione di una indennità relativa al mandato parlamentare.

Fu il fondatore della corrente cosiddetta “riformista integralista”, che puntò a conciliare le diverse correnti interne al Partito tra cui la corrente “riformista” e la cosiddetta “intransigente”, sulla base del comune richiamo al messaggio integrale del socialismo delle origini che si rappresentò nelle idee delle figure di Andrea Costa e Camillo Prampolini. Morgari espose su l’Avanti! del 30 settembre 1906 il suo punto di vista su questa concezione del “riformismo integralista” che fu per lui  : “…sintesi dell’anima possibilista e dell’anima avvenirista del socialismo, dell’idealismo e della praticità, dell’azione diretta e dell’azione rappresentativa, dell’antistatalismo e della legislazione statale, della rivoluzione e della legalità, del sindacalismo e dell’antisindacalismo, dell’intransigenza e dell’affinismo”.

La corrente integralista conquistò ben presto molti consensi e Morgari, convinto assertore di un socialismo sentimentale, evoluzionistico, riformista, gradualista e pacifista, fu eletto segretario del PSI al congresso di Roma il 10 ottobre 1906. L’Ordine del giorno integralista ottenne 26.500 voti su 34.000 raccogliendo tutti i voti dei riformisti e l’adesione di molti dell’ala intransigente, tra cui Enrico Ferri.

Intanto, nel 1906 fu eletto segretario della Camera del lavoro di Torino, dove accrebbe ulteriormente la sua popolarità, anche perché con grande pragmatismo condusse la lotta per le dieci ore di lavoro. Nel biennio integralista il partito registrò profonde divisioni tra le varie correnti, in presenza di una forte crescita di proteste nel Paese.

Ci furono scioperi, disordini e proteste vibranti anche forti critiche per un opposizione “morbida “nei confronti del terzo governo Giolitti. Morgari non riuscì con la sua direzione a conciliare realmente le fazioni e restò a capo del partito fino al 13 febbraio 1909, quando la corrente integralista si sciolse. Al congresso di Milano dell’ottobre 1910, in cui prevalgono i riformisti di Turati, Morgari aderì ai cosiddetti “riformisti di sinistra” guidati da Giuseppe Emanuele Modigliani e Gaetano Salvemini.

Fu soprattutto un socialista positivista e pensò sempre che il socialismo si sarebbe realizzato in modo evolutivo con i progressi delle conquiste della classe operaia. Ebbe doti di grande propagandista, impegnandosi nella duplice attività di pubblicista e di conferenziere, con periodici giri a tutte le latitudini della penisola, dove seppe rivolgersi alle masse popolari con un linguaggio semplice e efficace.

Fu proprio questa sua capacità di essere duttile politicamente e rigoroso sul piano morale a farne un dirigente assai gradito dalle masse. Morgari ebbe un indole determinata e volitiva dedicandosi anima e corpo alla vita parlamentare e al giornalismo però mostrò sempre fastidio e insofferenza verso lo spirito di compromesso di molti deputati socialisti.

Nel 1909, in occasione della visita dello zar Nicola II in Italia decise di organizzare una vasta protesta sociale e di manifestazioni cittadini per quello che i socialisti reputarono un despota e un tiranno. Però la sua iniziativa fu accolta freddamente da molti compagni di partito e persino dall’aperta ostilità della Confederazione generale del lavoro diretta dal riformista Rinaldo Rigola, da sempre ostile a scioperi politici, privi di un preciso obiettivo economico.  

Morgari cominciò quindi a distaccarsi dai dirigenti riformisti e al congresso di Milano del 1910 in cui vinsero i sostenitori di Filippo Turati, presentò la piattaforma dei ‘riformisti di sinistra’, insieme a Gaetano Salvemini e a Giuseppe Emanuele Modigliani, che contrastò la posizione dei turatiani e del gruppo di Critica sociale.

Nel 1911 prese una decisione davvero clamorosa e radicale, infatti, lasciò l’Italia e partì per un lungo viaggio in Estremo Oriente. Divenne una sorta di ‘diplomatico’ del socialismo italiano e nel 1903 si recò in Macedonia per combattere a fianco degli insorti.

Nel 1913 tornò in Italia e fu rieletto segretario del gruppo parlamentare venendo riconfermato anche dopo il congresso di Ancona del 1914 in cui prevalse la corrente intransigente. Si impegnò contro la guerra e si dedicò per ripristinare i contatti fra i partiti socialisti europei, diventando il rappresentante internazionale del socialismo italiano durante la Grande guerra.

Nel 1915 propose una conferenza internazionale socialista e colse l’occasione per stabilire contatti anche con Lev Trotskij e Julij Martov. Nel luglio dello stesso anni si recò a Berna, dove si incontrò con Robert Grimm, Pavel Axelrod e Angelica Balabanoff e si posero le basi per il successivo convegno di Zimmerwald. Ci fu una discussione molto ampia ma Morgari votò con molta esitazione il documento finale poiché fu in disaccordo con parte dei contenuti più radicali.

Nel luglio del 1916 pronunciò un discorso durissimo alla Camera contro la guerra e fu attaccato dai nazionalisti mentre ricevette il plauso dai giovani socialisti emergenti, tra cui spiccò la figura di Antonio Gramsci.

Fu designato dalla direzione del PSI come il rappresentante ufficiale nella Commissione socialista internazionale e con tale incarico si recò alla conferenza di Kienthal del 1916. A seguito della rivoluzione a Mosca ebbe, quindi, l’incarico dal partito di recarsi in Russia, ma il tentativo non si riuscì a portare a termine per gli ostacoli nei trasporti in Europa.

Dopo la fine della guerra si spostò su posizioni più marcatamente di sinistra, tanto che nell’aprile del 1919 inviò il messaggio della sua adesione al PSI all’Internazionale comunista. Si recò allora in Ungheria, per partecipare al locale moto rivoluzionario condotto da Bela Kun, che conobbe personalmente.

Ma il fallimento della rivolta ungherese, la repressione dei moti rivoluzionari in Germania e le prime notizie delle spinte autoritarie che prevalsero nel governo bolscevico russo spensero i suoi iniziali entusiasmi e divenne naturalmente pessimista manifestando in una lettera aperta «ai cari compagni della direzione del partito».

Ritornò a proporre le tesi gradualistiche e nel 1920 diede fine alla fase internazionale della sua attività politica, occupandosi delle vicende interne del PSI e riavvicinandosi alla corrente di Turati e del vecchio amico Treves.

Intanto lo squadrismo fascismo prese il sopravvento e Oddino manifestò il suo indomito coraggio scrivendo un opuscolo nel 1924, “La libertà di voto sotto il regime fascista”, nel quale denunciò la violenza e il terrore delle camicie nere.

Si schierò sempre più a favore dei riformisti e contro la scissione comunista del 1921, sia contro la politica dei massimalisti di Giacinto Menotti Serrati, cui rimproverò un rivoluzionarismo fatto di parole  e inconcludente. Nel 1922 maturò la seconda scissione del Psi e Morgari si unì a Turati, Treves e Giacomo Matteotti nel Partito socialista unitario.

Dopo il delitto Matteotti e la svolta reazionaria di Mussolini nel 1926 Morgari decise di abbandonare l’Italia per recarsi in esilio volontario in Francia. Non dismise l’impegno politico e partecipò alla riunificazione socialista del 1930 e quindi nel 1934 appoggiò la proposta di Pietro Nenni, del patto di unità d’azione tra comunisti e socialisti.

Ci fu un riavvicinamento all’Unione sovietica, dove si recò in visita a metà degli anni Trenta ma modificò ben presto idea esprimendo critiche aperte e per tale motivo fu espulso dal paese. Quando poi ci fu la firma del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin nel 1939, Morgari attaccò  senza riserve lo stalinismo. Si trattò di una presa di posizione così netta da indurre il nuovo, oltre che ultimo, ritorno di Morgari al vertice del partito.

Poiché infatti Nenni, che del patto coi comunisti restò il più importante sostenitore, si dimise da segretario del PSI e da direttore dell’Avanti!, Morgari venne eletto con Angelo Tasca e Giuseppe Saragat nel comitato di reggenza del partito e del giornale. Nel ’39 fu eletto con Tasca e Saragat nel comitato di reggenza del PSI-sezione dell’IOS e del Nuovo Avanti.

Fu l’ultimo incarico di rilievo di una vita logorante e defatigante ed ormai vecchio e senza un lavoro stabile condusse una vita stentata e povera. Durante la guerra si ammalò e non ebbe mezzi di sostentamento, al punto che sopravvisse grazie all’occasionale aiuto dei compagni di partito. Nel 1940 chiese al governo fascista di tornare nella sua città, Torino, e la richiesta fu accolta. Morgari morì a Sanremo nel  novembre 1944.

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