Là dove nasce la violenza: l’incultura dell’intolleranza

Di Verdiana Garau

Sono stati questi giorni di travaglio emotivo da cui l’opinione pubblica ne esce ormai sempre più scossa.

Tre sono stati gli episodi di violenza che si sono succeduti a ritmo ansiogeno: siamo passati dai fatti di Colleferro, con il pestaggio a sangue che ha provocato la morte del povero Willy, finito sotto le botte e i calci di quattro energumeni, alla tragica fine della ragazza di Caivano (Napoli), sciagura avvenuta per gelosia di un fratello che non riusciva ad accettare che la sorella frequentasse  un transgender, fino all’omicidio avvenuto a Como, a danno di un prete per mano di un tunisino.

Episodi questi che richiamano all’attenzione non soltanto per i fatti di cronaca nera che costituiscono, ma per i moventi e lo scenario, in una cornice globale di un pianeta che appare travolto da uno tsunami di gratuita violenza, figlia di confusione culturale e disagio sociale: un mondo ad alta tensione, proiettato in un futuro di incertezze.

Non stanno altrettanto passando inosservati i fatti che scuotono le piazza americane e forse tutti avete visto la fotografia del ragazzo che scaglia lo skateboard, – tale Anthony Huber – sulla testa dell’estremista di destra, Kyle Rittenhouse, che dopo essere stato pestato ha usato l’arma per difendersi finendo per uccidere il suo aggressore.

Mi è capitato di leggere “ Rittenhouse era sceso in strada per uccidere i manifestanti anti-razzisti”, il tutto condito dal suo curriculum vitae ad esasperare il ritratto di quello che si vuol far passare per un criminale, dice “un ex membro del programma per cadetti della polizia giovanile”, come se questo particolare fosse un reato o qualcosa da condannare.

Quindi leggo :  “è uscito in strada per uccidere” , ma ci sarebbe stata anche una differenza, peraltro ancora da appurare, se fosse “uscito in strada armato”.

Le domande sono molte, la prima è perché un giovane ragazzo debba sentire l’esigenza di scendere armato per strada. La seconda, perché un altro ragazzo debba scaraventargli lo skate in testa, magari per un insulto o un diverbio? Osservando bene e vedendo soltanto ragazzi, ciò che colpisce è la violenza di entrambi. Chi difenderà questi ragazzi dal futuro incerto che li sta trasformando in violenti insofferenti?

Non ci sono solo i neri da difendere negli Stati Uniti, ma tutte le fasce deboli. Lo stesso accade in Italia, immigrati, migranti, omosessuali, donne e poveri. Scegliere bene il nemico. Non lo troveremo né a destra, né a sinistra.

In questo quadro, la politica infatti entra prepotentemente in scena, nello squallido tentativo di intestarsi battaglie su cui sarebbe bene non issare affatto bandiere.

Su Colleferro, il pubblico, come i partiti, persino il mondo della moda, già si divide, tra fascisti e antifascisti, come se il movente dei quattro pestatori abbia avuto sfondo ideologico. Nel secondo caso anche si grida alla cultura fascista, che avrebbe ormai pervaso tutto, insinuando che un transfobico appartenga necessariamente ad un’ala politica.

Anche nell’ultimo caso, quello di Como, possiamo spendere con facilità l’ormai classica “questione migranti”, cavallo di battaglia di “buonisti” (nuova terminologia che indica chi sta a sinistra) e gente di destra, ovvero i cattivi, quelli contro i migranti, senza di fatto risolvere nessun problema, ma anzi acuirlo e spenderlo a scopo strumentale.

Negli Stati Uniti il caso del Black Lives Matter si è trasformato in una guerra tra democratici e repubblicani, mentre la gente comune si scontra nelle piazze.

Ma è la violenza di per sé, la mancanza di coscienza di classe, il disagio sociale che cresce, la comune caratteristica a tutti questi tristi avvenimenti, e nemmeno sforzandosi, si riuscirebbe a trovare la linea di demarcazione politica che segna i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, una destra o parte di essa da un lato e dall’altro la sinistra.

Vediamo invece gruppi di fanatici, intolleranze generalizzate e disperazione, condita dalla presenza di sacche di subcultura che devono essere innanzitutto combattute, a destra e a sinistra, tra poveri e ricchi, deboli e forti.

La sublimazione di questo disagio sociale che accumuna i peggiori fatti di cronaca a cui assistiamo, ce la dà proprio l’immagine dell’uccisione del prete. Dio è Morto? E Dio è nero o bianco? Ma soprattutto, Dio ha un colore?

Ad esasperare il disordine si aggiunge l’ostinazione del political correctness, nuova forma di fondamentalismo che al posto di promuovere tolleranza e comprensione verso le differenze per difendere le stesse differenze, ed accettarle, vorrebbe cancellarle nella lingua, prima ancora che nello spirito.

Stiamo così riuscendo a creare nuove discriminazioni… eppure ci abbiamo messo tanto per mescolare tutto senza cancellare niente…eravamo sulla buona strada… l’Europa e il mondo Cristiano, detto più semplicemente “occidentale”, ne vorrebbe essere l’esempio, ma evidentemente abbiamo bisogno persino dei problemi sulle maiuscole o il genere neutro su cui discutere.

C’è molto da riflettere e da riflettere bene, sono questi tragici episodi figli di un’identità culturale in crisi di fede e fiducia verso sé stessa, nonostante la fatica fino ad ora fatta per promuovere la pace in un continente che storicamente aveva solo conosciuto guerre.

Tutti i fondamentalismi sono estremi. E l’estremismo, è una degenerazione implicita in tutte le ideologie (o religioni), perfino nello scetticismo. Serrare “a destra” il problema è una degenerazione politica che non ci possiamo permettere, è un estremismo di valutazione di fronte ad un problema che è e resta trasversale, rendendo scettiche le persone le une verso le altre.

“Combattere contro la nostra intolleranza non significa dover accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione.(…) dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che ci sono abitudini, idee comportamenti che sono e devono restare per noi intollerabili”

“Umberto Eco migrazioni e intolleranza”

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1 Commento

Sergio Sammartino 18 Settembre 2020 - 19:38

Ottimo articolo, con una visione ampia, super-partes, aliena da certe semplificazione brute che invece di chiarire le idee le confondono ancora di più. Per tutti. Finalmente uno scritto illuminante. Sergio Sammartino, ex articolista dell'” Avanti!”

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