Le ragioni del NO al referendum spiegate dall’ex ministro socialista Salvo Andò

Un colloquio prima del voto referendario con Salvo Andò è quanto mai opportuno, che, oltre, ad essere un politico di lungo corso, è un qualificato e lucido costituzionalista. Quindi, chi meglio dell’ex ministro socialista, può spiegarci il complesso della vicenda referendaria, anche se la sua posizione è per il NO, in questo incontro, comunque, puntualizza e analizza come sempre con oggettività il senso di questa campagna referendaria.

Si ha l’impressione di una crescita esponenziale nei cittadini di chi si oppone al taglio dei deputati e dei senatori.

Infatti sondaggi rivelano una sorprendente rimonta del NO man mano che ci si avvicina al voto referendario. Si tratta di un orientamento della gente che sembra destinato a fermare la deriva plebiscitaria che tanti prevedevano a favore della riforma del taglio dei parlamentari. Se tanti cittadini in piena libertà voteranno NO disattendendo le indicazioni dei rispettivi partiti, non è pensabile che facciano ciò per difendere l’interesse di quei parlamentari che con la riduzione dei seggi molto probabilmente non saranno più rieletti. Pare invece che il crescente favore per il NO sia rivelatore di sincera indignazione dell’opinione pubblica che si sente presa in giro dall’ennesima  “campagna anti-casta” dei pentastellati, divenuti da partito di governo una vera e propria casta quanto ad obbiettivi perseguiti e metodi di comunicazione adottati.

La riduzione da 945 a 600 tra deputati e senatori pare inficiata da una visione d’insieme superficiale che proroga e allontana la necessaria riforma elettorale e, che, a quanto pare, stenta a decollare impantanata nelle commissioni parlamentari.

Questa ulteriore riforma anti-casta complicherà il funzionamento delle camere, ne altererà soprattutto la simmetria in termini di rappresentatività politica, con inevitabili conflitti dovuti al bicameralismo paritario. Di ciò sono ben consapevoli i “Cinque Stelle” che usano la mobilitazione anti-casta come un rimedio per ostentare vitalità, fermare le fuoriuscite, sedare la conflittualità interna, frenare il drastico ridimensionamento elettorale. Si vuole dare una sberla al Parlamento, per dimostrare l’inutilità di un  processo decisionale basato sulla rappresentanza parlamentare, che andrebbe rimpiazzata da una democrazia diretta che nella versione pentastellata stando agli esempi finora offerti dai “Cinque Stelle” è opaca, addomesticata, manipolata da capi spregiudicati che fanno dire alla rete ciò che vogliono e quanto non ci riescono ne ribaltano i risultati decidendo in senso esattamente contrario a quello espresso dal popolo che di volta in volta decidono di consultare.

In questi anni abbiamo registrato la novità dell’esaltazione del rapporto con i cittadini tramite la piattaforma Rousseau che doveva portare alla fine della tradizionale partecipazione politica dei partiti e all’affermazione di una chimerica democrazia diretta.

La democrazia diretta nella versione dei “Cinque Stelle”  mira a promuovere  processi di decisione dalla forte impronta oligarchica, usando il popolo come paravento, sostanzialmente per evitare che i decisori reali debbano rispondere all’opinione pubblica di ciò che hanno deciso imputando tutte le decisioni ad un inesistente popolo sovrano della rete. Disconoscere il valore della partecipazione politica, deridere la rappresentanza parlamentare in quest’ottica significa dare ad un gruppo di politicanti, che appaiono peraltro scadenti, la possibilità di diventare professionisti della politica a vita una volta eliminato il vincolo dei due mandati, divenendo in tal modo formidabili strumenti per manipolare il consenso, se si considera che la loro è una democrazia diretta solo di facciata. Alla fine, infatti, ciò che il popolo pentastellato decide viene sempre più spesso contraddetto dal gruppo dirigente. Basti pensare al recente voto sulle alleanze politiche per le elezioni regionali.

C’è l’evidenza che questa riduzione dei parlamentari con la vittoria del SI pregiudichi il rapporto a suo tempo stabilito tra eletti ed elettori e indebolisca ulteriormente la Costituzione su cui si fonda la Repubblica parlamentare.

Naturalmente la riforma del taglio dei parlamentari modificando il rapporto eletti-elettori fa sì che alcuni territori saranno sottorappresentati. E’ questo il peggio che possa accadere in un paese come il nostro in cui bisogna costruire più forti legami tra politica e società. Ma non solo il taglio dei parlamentari a causa di ciò  rende palesemente incostituzionale l’attuale legge elettorale. L’argomento principe della campagna pare essere quello dei costi di un parlamento numeroso. Ma se è questa la preoccupazione dei Cinque stelle, tra l’altro finora segnalatisi come il partito degli sprechi, la via maestra da percorrere è quella di ridurre le indennità parlamentari allineandole alla media dei grandi paesi europei.

La riforma che riduca le indennità dei parlamentari farebbe veramente risparmiare in termini economici ma pare accantonata anche per l’ostilità dell’intero mondo politico.

Riforma che i “Cinque Stelle” hanno promesso da tempo ma mai seriamente perseguito dovendo fare i conti con le resistenze opposte anche dai propri parlamentari. Si risparmierebbe molto di più senza incidere negativamente sul funzionamento ella Camere. La verità è che ai “Cinque Stelle” interessano solo le riforme simboliche. Vogliono dimostrare al paese di essere in grado di distruggere decoro istituzionale, culture politiche, tradizioni costituzionali, valori che hanno innervato il sistema democratico e dato vita a quel progresso italiano che non aveva precedenti nella storia unitaria. Essi vivono questa storia con un sentimento di estraneità, da essa si autoescludono per una inadeguatezza culturale. Si tratta di una sorta di ignoto di cui si temono gli agguati. Vogliono solo abrogarla, facendo cadere a pezzi l’impianto istituzionale, senza rimpiazzarlo con una nuova civiltà, non avendo né un’idea di paese, né di ciò che deve intendersi per interesse nazionale. Adesso vogliono mortificare il ruolo del Parlamento, secondo loro in crisi per un problema di pletoricità e non per un problema di qualità, sempre più bassa, dei parlamentari, soprattutto di quelli da loro nominati. Al pentastellati non interessa ridare lo scettro agli elettori ai quali è stato sottratto da tempo consentendo ai capi partito di scegliersi gli eletti normalmente famiglie di sicura fedeltà. Non c’è è alcuna  riforma bandiera imposta dai “Cinque Stelle”che non abbia prodotto spreco di risorse e vulnerato principi costituzionali.

In parole povere il taglio dei parlamentari è una scorciatoia demagogica e populista di una classe politica che a prescindere dal numero dei parlamentari appare sempre più squalificata.

Chi vota NO vuole dire che il re è nudo. E che c’è un Italia che non ne può più di guitti e ciarlatani che si presentano come statisti, ma non hanno nulla da dire sul terreno dei grandi progetti di cui il paese ha bisogno per risollevarsi dopo la pandemia, che mutuano il loro linguaggio dal sempre più incolto popolo dei social, che si delegittimano a vicenda attraverso insulti e volgarità di ogni tipo. La gente finalmente comincia a ritenere inaccettabile che leader politici a cui sono affidati importanti responsabilità di governo affermano disinvoltamente che hanno deciso di abolire la povertà, collocano Matera nelle Puglie, confondono il Cile con il Venezuela e la Libia con il Libano, scoprono che  Draghi “una qualche competenza tutto sommato ce l’ha”, spiegano che i meccanismi di stabilità sono obsoleti e che bisogna battersi per fare debiti perché uno stato sovrano non deve rispondere a nessuno dei propri debiti, che si può fare a meno del Mes -che è un prestito come tutti gli altri una volta eliminate certe condizionalità solo che costa meno e può essere ottenuto subito-senza spiegare il perché, in quanto a suo tempo hanno detto al proprio popolo che il Mes era una invenzione del diavolo e quindi andava rifiutato ”a prescindere”. Comunque vadano le cose per il NO  il fatto che disattendendo le indicazioni dei partiti tanti italiani si sono messi in movimento per testimoniare che c’è un Italia dalla forte coscienza civile stanca degli slogan e della invettive di politicanti da strapazzo è una buona notizia. L’Italia si può rifare anzitutto ripoliticizzandola, ridando dignità all’appartenenza politica e dimostrando con i fatti che soprattutto in politica non è vero che uno vale uno.

Comunque è stata una riforma di revisione costituzionale votata da tutti i partiti e solo la reviviscenza di 70 parlamentari che hanno chiesto il referendum confermativo ha consentito l’effettuarsi di questa consultazione.

Votare NO significa, nel momento in cui tutti i partiti hanno spiegato sia pure turandosi il naso che sono per il SI, perché l’hanno votato in Parlamento o perché temono di mettere in discussione la vita del governo,  ridare al dibattito politico trasparenza e razionalità. Se il SI ,consigliato da tutti i partiti,  non avrà l’affermazione che si prevedeva, la battaglia per le riforme istituzionale potrà riprendere con grande vigore. Il voto referendario potrebbe fare registrare un sussulto di orgoglio e di moralità nelle popolazioni. C’è, insomma, tanta Italia che vive del proprio lavoro e pensa con la propria testa la quale finalmente ritiene che della demagogia dei populisti anti-casta non se ne può più. Quando costoro spiegano che vogliono fare un falò del patrimonio costituzionale del paese non si rendono conto che provocheranno una devastazione sul terreno istituzionale che per primi travolgerà essi stessi essendo partito di governo che deve fare le riforme difficili dotandosi di strategie che non possono cambiare da un giorno all’altro.

Sembra comunque tradito da decenni lo spirito dei padri costituenti che dopo il regime fascista costruirono una solida democrazia rappresentativa e oggi si assiste ad una lesione di quel patrimonio di valori civili e principi politici di cui furono portatori.

Del disegno politico perseguito dai padri fondatori non sanno nulla, ma neppure li conoscono non essendo i costituenti ma semplicemente guitti che si esibivano nelle piazze con battute e lazzi che eccitavano tifoserie rancorose. Anche essi fanno parte per i pentastellati del passato da rimuovere. Vogliono stare al governo, ma confondono il governo con il comandare affrancato da ogni responsabilità. Per loro lo stato sociale efficace è quello che fa debiti per distribuire risorse a casaccio al popolo, a cui offrono mance ed obbiettivi di vendetta e non prospettive di crescita perché queste riguardano il futuro e loro devono garantirsi solo il presente. Da due anni alla guida del paese non hanno prodotto una sola riforma in grado di segnare un nuovo ciclo politico, tranne lo storico reddito di cittadinanza che sta umiliando la cultura del lavoro inteso come conquista in grado di creare vera emancipazione sociale. La verità è che i Cinque stelle sono soprattutto interessati a prendersi gioco dei principi costituzionali e delle regole su cui si fonda la moralità pubblica, pensano di potere abusare all’infinito della credulità popolare. Parlano della spese da tagliare perché destinate alla casta, quella che non c’è più, mentre bruciano risorse destinate a spese assolutamente discrezionale e poco rendicontate destinate ai loro esperti competenti sul nulla e la regalia a pioggia fatte alle più diverse clientele. Se volevano davvero risparmiare dovevano cominciare a dare la sforbiciata da anni promessa alla indennità parlamentari. Ma queste sono promesse mai mantenute anziché tagliare il numero dei parlamentari si sarebbe potuto risparmiare molto di più riducendo l’indennità parlamentare almeno del 30% per assestarla su un livello corrispondente più o meno a è quello di alcuni paesi europei tra cui la Germania. Si risparmierebbe molto di più di quanto si risparmia con il taglio dei parlamentari. E però ridurre l’indennità parlamentare come una sollevazione significava fare i conti con una sollevazione generalizzata dei membri del Parlamento anche di quelle cinque stelle.

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