Morta Rossana Rossanda, la ragazza del secolo scorso

É morta a 96 anni Rossana Rossanda, la ragazza del secolo scorso, che è stata una grande figura femminile della politica italiana.

Nativa di Pola si laureò in lettere e filosofia e svolse sempre un attività di giornalista, scrittrice e traduttrice. Fu una dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta e poi si distinse come una delle fondatrici del giornale il Manifesto.

La sua prima parte della vita si svolse a Milano, dove tra il 1937 ed il 1940 frequentò il liceo classico Alessandro Manzoni, anticipando d’un anno l’esame di maturità. Nella facoltà di filosofia della Statale, fu allieva del filosofo italiano Antonio Banfi. Fece parte giovanissima della Resistenza divenendo partigiana e, quando finì la guerra s’iscrisse al Partito Comunista Italiano.

Dotata di grande cultura venne nominata da Palmiro Togliatti responsabile della politica culturale del PCI. Nel 1963 fu eletta per la prima volta alla Camera dei deputati. Rossana fu esponente di primo piano dell’ala di sinistra del PCI che fece riferimento alla figura di Pietro Ingrao.

Nel periodo delle agitazioni del 1968 che videro proteste studentesche e lotte operaie, pubblicò un piccolo saggio, intitolato L’anno degli studenti, in cui espresse la sua adesione assoluta e totale alle rivendicazioni che i collettivi di sinistra, anche non controllati dall’apparato del PCI, portarono avanti in un Paese in subbuglio.

La Rossanda sviluppò una forte critica nei confronti del socialismo reale dell’Unione Sovietica e dei paesi del Blocco Orientale, anche se rimase fedele al Pci, e per tale motivo assieme ai compagni ingraiani Luigi Pintor, Valentino Parlato e Lucio Magri contribuì alla nascita del giornale il manifesto, da cui prese forma anche una corrente che si distinse nel panorama interno del firmamento politico del Partito Comunista.

Tuttavia la linea politica divenne sempre più divergente rispetto all’ortodossia della dirigenza del Comitato Centrale, specialmente sull’occupazione della Cecoslovaccia da parte di paesi del Patto di Varsavia e su cui Il manifesto condannò l’invasione dell’URSS che sancì la fine della Primavera di Praga del socialismo dal volto umano.

Rossanda fu espulsa dal Pci, insieme a tutta la sua corrente, anche se il futuro segretario nazionale Enrico Berlinguer espresse parere contrario nel XII Congresso nazionale del Partito svoltosi a Bologna nel 1969. Si costituì così poi un partito che si presentò in occasione delle elezioni politiche del 1972, il manifesto ottenne solo lo 0,8% dei voti e, poi, si decise d’unirsi al Partito di Unità Proletaria, ovverosia con le parti del PSIUP e del MPL che dopo la dura sconfitta elettorale non accettarono di confluire nel PCI o nel PSI. Si diede quindi vita al PdUP per il Comunismo nel 1974 che poi riconfluirà nelle file del PCI nel 1984.

Nel 1978 scrisse su il manifesto un famoso e clamoroso articolo in cui spiegò che «chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è: la guerriglia».

Pochi giorni dopo, sulle pagine l’Unità, organo ufficiale del PCI, venne pubblicato un articolo di Emanuele Macaluso, che replicò duramente: “io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti; né ci sono le immagini di milioni di lavoratori e di comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di questi anni. Una tale confusione e distorsione delle nostre posizioni da parte degli anticomunisti di destra e di sinistra è veramente impressionante”.

Rossana Rossanda fu sempre atea e dopo tanti anni di impegno in qualità di direttrice de il manifesto, decise di lasciare la politica attiva per dedicarsi al giornalismo ed alla letteratura. Ma non mancò mai il suo contributo nel dibattito politico della sinistra italiana e la riflessione sui movimenti operai e femministi italiani.

Nel novembre del 2012 lasciò definitivamente il giornale per contrasto col gruppo redazionale, «preso atto della indisponibilità al dialogo», e pose una domanda: «Noi, nel nostro piccolo di gente che non mira a essere deputato, abbiamo detto che siamo per un’Europa che faccia abbassare la cresta alla finanza, unifichi il suo disorientato fisco, investa sulla crescita selettiva ed ecologica, non solo difenda ma riprenda i diritti del lavoro. Non piacerà a tutti. Ma chi ci sta?».

Una personalità inquieta, vivace e mai paga di una sinistra comunista dogmatica e settaria che lei aborrì e lottò sempre con la sua cultura e la sua intelligenza di ragazza del secolo scorso.

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