La storia fatta dalle minoranze e i limiti della democrazia rappresentativa

Bisogna rileggere il liberal socialista e storico Gaetano Salvemini che, ritornando dall’esilio negli Usa dopo il periodo fascista, espresse alcune idee lucide, illuminanti e valide ancora oggi a proposito di elezioni a suffragio universale e democrazia rappresentativa.

Ed ecco alcuni passaggi di un suo intervento che anche se di circa settant’anni fa sono valevoli ancora oggi per la lucidità e l’acume manifestato.

“Il diritto di voto non rende il cittadino né più intelligente né più saggio. Né il suffragio universale è il toccasana di tutti i mali… Una elezione è una rivoluzione omeopatica, o una rivoluzione risparmiata. E il suffragio universale è semplicemente uno specchio-affermò Salvemini-, nel quale si riflette la realtà del momento in cui viene usato. Se gli elettori non conoscono i loro diritti o non sanno che farsene, il suffragio universale produrrà la fine dello stesso suffragio universale. Quando la realtà è barbara, lo specchio rifletterà una immagine barbara”.

E’ uno scritto del 1952 che Salvemini, grande intellettuale e politico, consegnò alla sua generazione e che vale anche per i posteri che seguirono,  pubblicato sulla rivista “Il Ponte” che fu diretta da un grande padre costituente, Piero Calamandrei, in un saggio dal titolo “Fu l’Italia prefascista una democrazia?”.

Salvemini rilesse il periodo dei governi di Giolitti che affondano le radici nel Risorgimento per affrontare quel nodo del rapporto tra la crisi profonda delle istituzioni liberali che furono precarie e instabili nei primi anni del Novecento, e il conseguente avvento del fascismo con l’avvento della dittatura e il conseguente grande consenso popolare raggiunto dal regime di Mussolini che fu definito dal Vaticano “uomo della Provvidenza”.

Lo storico Salvemini mise in evidenza le questioni che il nuovo corso della democrazia, nel segno della Costituzione, che si posero ad una classe politica incerta tra radicale rinnovamento e tiepida conservazione.

Quel saggio, lucido e lungimirante, è adesso di nuovo nelle librerie per iniziativa di Bollati Boringhieri. Il titolo del nuovo libro è “La rivoluzione del ricco”, con la cura di Francesco Torchiani, che scrive anche una brillante postfazione.

Si ragiona in questo testo sulla fragilità delle istituzioni rappresentative quando vi è l’assenza e la carenza di un forte senso civile democratico. Si insiste sul tema sempre attuale della responsabilità etica di una buona politica per tentare di dare risposte alle domande popolari di riforme, di miglioramenti della qualità della vita e del lavoro, di ricucitura degli squilibri economici che determinano fratture nella società e rancori nelle comunità.

Quindi è una lezione che non ha dismesso di essere una questione irrisolta della nostra vita democratica. Appunto ci sono, nel saggio, le reiterate critiche di Salvemini (e dell’amico Piero Gobetti) a Giolitti, l’ultimo statista liberale, e al suo troppo tiepido e moderato riformismo che giunse anche all’incomprensione del carattere positivo delle proteste sociali nel Mezzogiorno. Ci fu anche l’eco delle polemiche con Benedetto Croce e Palmiro Togliatti che furono affascinati, invece, dalle relazioni tra Giolitti e il riformismo socialista, con la riaffermazione dell’idea di una democrazia che superasse le tentazioni oligarchiche, definite la “rivoluzione del ricco”, giustappunto, e sapesse dare voce e spazio ad autentiche, ampie esigenze di partecipazione.

Mentre ci fu in questo testo soprattutto, “un invito esplicito, come fa notare il curatore Torchiani, a non dimenticare il ruolo delle minoranze organizzate che, in momenti difficili hanno saputo dar prova di coraggio e lungimiranza. A questi punti di riferimento occorre guardare quando l’orizzonte si fa inquietante”. Proprio così nel Risorgimento italiano furono le minoranze che mossero i movimenti che sognarono l’Italia unita.

Ecco, quindi, un punto fondamentale : il ruolo delle minoranze, forza essenziale di una democrazia non tanto efficiente quanto soprattutto efficace, nella capacità di rappresentanza, nella forza di rappresentazione della reale sostanza dei problemi e nell’attitudine a dare, a quei problemi, risposte di buon governo.

Salvemini fu anche in quegli anni Cinquanta di ricostruzione, una personalità di primo piano che scrisse nel “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio.

In questa fase storica questo periodico fu naturalmente “antifascista in nome dell’intelligenza, anticomunista in nome della libertà, anticlericale in nome della ragione”. 

Il Mondo fu, comunque, un giornale nuovo e originale, laico e moderno, fucina di idee per qualità delle analisi e dei commenti, per la profondità e l’accuratezza delle inchieste, per la solida cultura delle recensioni e degli interventi letterari e, in buona sostanza, per una visione aperta delle trasformazioni della società italiana che si avviava al boom economico e alle trasformazioni travolgenti negli anni a venire.

La politica italiana e le istituzioni repubblicane si muovevano a fatica senza riuscire a dare risposte esaurienti alle innovazioni in atto. Una situazione consimile la viviamo anche oggi nella recente congiuntura.  Il limite fondamentale è il fatto che il riformismo non è mai stato accolto di buon grado sullo scenario politico italiano mentre le ideologie con le parole d’ordine e la demagogia vuota sono state issate a casa nostra come belle bandiere.

La lezione istituzionale e politica di Salvemini fu soprattutto protesa sulla necessità di non ridurre la democrazia rappresentativa al pur indispensabile sistema di voto del suffragio universale ma, semmai, di viverla nella sua complessità: istituzioni, sistema di pesi e contrappesi, autonomie e relative responsabilità (a cominciare dalla magistratura), libertà di stampa, formazione dell’opinione pubblica, scuola, funzione fondamentale delle forze sociali, legami tra diritti e doveri nelle dinamiche delle relazioni industriali e del welfare State.

Il sistema democratico come governo delle complessità, partecipazione, consapevolezza. Quindi sono anche le questioni con cui ancora oggi facciamo i conti, pur in contesti profondamente mutati e non trovano risposte. Cosicché una volta che stanno tramontando le scorciatoie fasulle e false di populismo e sovranismo, con la farsa dell’idea del parlamento “da aprire come una scatoletta di tonno” oppure l’improbabile o improponibile idea del sorteggio dei parlamentari con cui sostituire il voto consapevole, occorre farsi trovare pronti e semmai bisogna ritornare ad una politica che sia conoscenza, competenza, partecipazione, con un forte radicamento di valori che rappresenti gli interessi generali di una comunità.

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