Salvo Andò valuta gli scenari politici e istituzionali dopo il referendum e le elezioni

Interessanti scenari si aprono dopo il referendum e le elezioni regionali e, a tal proposito, ascoltiamo cosa ne pensa Salvo Andò, ex ministro della Difesa e costituzionalista, nonché presidente nazionale di Lab Dem.

Una prima analisi del voto a freddo ci presenta un quadro politico in chiaroscuro con un sistema politico sempre frammentato e diviso che si interroga sul futuro e che sembra in preda a crisi interne faticose in special modo nel movimento Cinque Stelle.

Le analisi del voto, come sempre accade, fanno emergere letture di esse diverse, talvolta antitetiche, in ordine alle prospettive che adesso si aprono per i partiti. Può accadere, quindi, che Di Maio festeggi il successo dei SI al referendum, un risultato secondo l’usuale linguaggio dei pentastellati definito storico ancorché condiviso con una vasta area di forze politiche, quando il suo partito con il voto delle regionali rischia di scomparire.

Mentre il Pd sembra avvolto da un manto protettivo che lo preserva dalla sconfitta e non è certamente una magia politica se resta sulla cresta dell’onda.

Più giustificati sembrano i festeggiamenti in casa del Pd. Ma il Partito deve fare i conti con una torsione della sua forma, perché il voto sancisce che gli amministratori locali sono i padroni del consenso elettorale in un sistema politico in cui si restringono gli spazi dei leader nazionali e si allarga invece l’autonomia di sindaci e governatori che a casa loro possono fare quello che vogliono.

Salvini sembra aver esaurito la spinta propulsiva e si misura con la poderosa ascesa della lega veneta che propone la leadership di Zaia e con la crescita politica della Meloni anche se perdente nelle scelte di qualche governatore.

Un dato in questo contesto pare, tuttavia, non contestabile. Salvini subisce un drastico ridimensionamento del suo ruolo di capo del centrodestra per la netta sconfitta incassata nel territorio in cui si era misurato personalmente, la Toscana battuta palmo a palmo, nonché di capo carismatico del Partito dovendo ora fare i conti con un competitore come Zaia, che si professa fedele al leader, ma pare destinato ad avere sempre più consenso nella base leghista essendo in grado di intercettare meglio il voto moderato. La stessa Meloni è stata frenata nella sua ascesa che sembrava irresistibile. Le si rimprovera la scelta sbagliata del candidato governatore in Puglia ove la vittoria di Emiliano non era prevista, e in ogni caso non nella misura in cui è avvenuta. E la debacle in una grande regione come la Puglia non può essere compensata dalla vittoria riportata nelle Marche.

I cinque stelle tentano di cambiare pelle dopo il risultato disastroso delle regionali e c’è una dose di masochismo politico nel presentarsi per pura testimonianza non utilizzando il vantaggio che ne deriverebbe dalla politica delle alleanze.

Il movimento cinque stelle non è più interessato a difendere il tripolarismo, sconfitto in modo inequivocabile. Di Maio ha dichiarato che nelle prossime consultazioni elettorali l’alleanza con il Pd sarà un’alleanza strategica, cioè dettata dallo stato di necessità. Si tratta di una clamorosa inversione di tendenza imposta dalla constatazione che molti pentastellati hanno preferito il voto utile dato al centrosinistra al successo probabile del centrodestra.

In questo contesto la figura del premier Conte sembra l’unica ad essersi consolidata e non sembra ci sia in previsione nessuna crisi di governo per affidare la guida del Paese ad un salvatore della patria.

Tutto ciò dovrebbe portare ad una sdrammatizzazione del conflitto politico da cui ha da guadagnare molto uno solo, il premier Conte, che pare essere sempre più il Gastone, il superfortunato della politica italiana. Il governo dopo il voto è più solido non solo perché Giani ed Emiliano hanno vinto-erano le sole regioni in bilico-ma perché il voto in modo inequivocabile è stato un voto contro l’anti-politica. Ciò dovrebbe rassicurare il governo e metterlo nelle condizioni di fare scelte coraggiose sul terreno delle riforme istituzionali e della politica della spesa finanziata in larga misura dall’Europa. Tira, insomma, una buona aria per il governo. Conte, non avendo assunto in campagna elettorale posizioni a favore di questo o di quel partito della coalizione, è oggi nelle condizioni di cogestire i dividendi spettanti ai vincitori.

Si apre, altresì, una fase nuova che dovrebbe consentirci di approvare una legge elettorale diversa e di proporre una stagione di riforme delle istituzioni.

I partiti discutendo di una nuova legge elettorale si schierano ancora una volta a favore del maggioritario o del proporzionale per risolvere questioni che la legge elettorale non è in grado di risolvere, come ha avuto modo di osservare in un saggio di prossima pubblicazione Oreste Massari. Si ritiene da parte di molti che attraverso la legge elettorale si possa non solo sapere la stessa sera in cui sono resi noti i risultati elettorali chi governerà il Paese, ma anche avere una maggioranza stabile per l’intera legislatura. Non è la legge elettorale che può garantire ciò in un regime parlamentare in cui il governo deve avere la fiducia delle Camere, ma solo una riforma della forma di governo da realizzare attraverso una modifica della Costituzione. La legge elettorale, quindi, non può restituire lo scettro agli elettori; scettro che peraltro, ad essi non è stato mai dato durante la Prima Repubblica.

I mali che viviamo sembrano affondare le radici a circa trent’anni fa quando il sistema entrò in corto circuito e si dovette modificare un modo di votare che era durato dal dopoguerra.

Non si può perseverare nell’errore compiuto da Mario Segni che, con i referendum contro la partitocrazia del 91- 93, prometteva agli italiani il buon governo e la stabilità politica attraverso il maggioritario. La legge elettorale prevalentemente maggioritaria approvata dopo quel referendum stravinto dal sì, il Mattarellum, produsse da questo punto di vista risultati assai deludenti. La storia della Seconda Repubblica ha dimostrato che in un sistema politico dal multipartitismo estremo a poco vale favorire attraverso il maggioritario un bipolarismo di coalizione se poi i partiti in Parlamento sono in grado di disfare la maggioranza scelta dagli elettori perché non esistono meccanismi di deterrenza a impedirlo. Il bipolarismo di coalizione che consentì a Berlusconi di stravincere le elezioni del ’94 mettendo insieme un’alleanza a geometria variabile, fatta al Nord da Fi e Lega e al Sud da Fi e postfascisti, è durato pochi mesi, essendosi la Lega subito sfilata dalla coalizione per sostenere il governo guidato da un tecnico, Lamberto Dini. Solo nella XIV e XV legislatura – durata solo due anni per una frattura verificatasi nella maggioranza- si sono avuti premier proposti agli elettori dalle coalizioni che sono stati in carica per l’intera legislatura.

Nonostante tutti questi cambiamenti di legge elettorale ad uso e consumo di chi andava al potere, la precarietà e l’instabilità delle maggioranze è continuata e la governabilità non è stata garantita anzi si avverte sempre che siamo ad un passo da una crisi istituzionale.

Ciò che è avvenuto nella Seconda Repubblica si sta ripetendo nella Terza Repubblica, quella attuale, che ha registrato il travolgente successo dei 5S e l’avvento di un sistema tripolare che i grillini avevano promesso agli elettori di volere difendere ad ogni costo non facendo alleanze con nessuno. E invece le alleanze le hanno fatte, addirittura governando nel giro di poco più di un anno prima con la Lega, che ha sconfessato l’alleanza di centro- destra, e poi con il Pd. Tutto ciò conferma che il maggioritario può funzionare solo ove non ci sono governi di coalizione o comunque c’è una tradizione di alleanze tra i partiti consolidate e non conflittuali. Ma soprattutto funziona in contesti in cui il trasformismo politico non costituisce una pratica politica accettata da tutti, o che addirittura gode, come da noi, di un certo prestigio, se è vero che i gruppi che si venivano formando negli anni passati in Parlamento reclutando transfughi venivano presentati all’opinione pubblica come gruppi dei responsabili. Il compito della legge elettorale è quello di tramutare i voti in seggi sulla base di criteri inderogabili, non già di impedire un cambiamento di alleanze politiche o di imporre al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere per il mancato rispetto della volontà popolare.

Non pare che ci sia concordia nel modificare la forma di governo da parte di un ampio schieramento.

Forse delle convention accettate dai partiti potrebbero incoraggiare un’evoluzione in questo senso della forma di governo. Ma con schieramenti contrapposti che si delegittimano a vicenda pensare a questo tipo di convention è irrealistico. In questo contesto solo delle anime belle possono pensare che una legge elettorale maggioritaria possa fare il miracolo di cambiare la cultura politica dei governanti, facendo ad essi accettare vincoli che sono privi di qualunque sanzione giuridica.

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