Salvo Andò: “Le proteste di piazza della Lega stravolgono le regole dello Stato di diritto”

Salvo Andò per tanti anni ha ricoperto l’incarico di responsabile dei Problemi dello Stato nella Direzione Nazionale del Psi e, quindi, conosce a menadito l’insieme dei nodi cruciali e scottanti del rapporto tra il potere politico e le istituzioni giudiziarie che, oggi, sembrano ancora riproporsi in termini conflittuali anche a seguito delle manifestazioni leghiste in difesa di Salvini. Ecco il suo punto di vista su questi temi:

La Lega sembra perdere terreno, smalto e consensi che aveva avuto sino alle elezioni europee in virtù di un sovranismo politico e un populismo manicheo. Tuttavia oggi si trova ad affrontare le patate bollenti di alcune indagini della magistratura che rischiano di minarne la credibilità.

Salvini ha affermato che le numerose inchieste che colpiscono la Lega si sarebbero interrotte con un successo del centro-destra in quella consultazione elettorale. Però questa vittoria non c’è stata e adesso le sue parole appaiano davvero gravi e pesanti poiché, sull’argomento Salvini durante la campagna elettorale per le regionali, ha manifestato una concezione del rapporto tra democrazia maggioritaria e indipendenza della magistratura che francamente preoccupa. Matteo Salvini sembra che abbia intrapreso una via molto pericolosa per un aspirante premier, che conduce inevitabilmente al disconoscimento eversivo di un potere dello Stato, il potere giudiziario. La sua idea di voler essere giudicato solo dal popolo e non dai giudici della Repubblica è una follia e quando è giunto a Catania ha spiegato che debbono essere gli italiani a decidere se egli abbia commesso o meno un reato.

La realtà è il fatto, la Lega si trova coinvolta in un vortice di inchieste che riguardano i rami alti del suo sistema di potere. Ma è stata una pessima idea quella di Salvini e del gruppo dirigente leghista di assumere questa iniziativa come quella promossa a Catania con ”le giornate contro la giustizia” che hanno un oggettivo carattere intimidatorio nei confronti dei giudici che indagano su Salvini e su alcuni dirigenti della Lega in tutta Italia. La critica delle sentenze è un diritto sacrosanto di ogni cittadino, che deve essere esercitato, però, quando le sentenze vengono emesse.

Adesso, pare invece che si attuino forme di “protesta” con mobilitazioni degli attivisti di destra verso procedimenti penali ed, in tale maniera, appunto, si mira a condizionarne gli esiti finali.

Una mobilitazione di piazza prima delle sentenze può apparire all’opinione pubblica come un becero tentativo di condizionare l’esito dei processi che fa a pugni con la civiltà del diritto e che non si può tollerare.  I leghisti dicono all’unisono di fronte ai magistrati che devono giudicare Salvini: ”processate anche noi”. Naturalmente è una strategia ingenua e insana che tende a fare apparire l’eventuale commissione di un reato come esercizio di una libertà politica esercitata dall’intera comunità politica leghista. Insomma, si tratta della rivendicazione di una sorta di concorso morale nel reato. Cosicché è stata messa in moto la costosa macchina della propaganda politica per fare pressioni sul tribunale di Catania. Non c’è dubbio che si tratta di un atto irresponsabile che mette i giudici in una strettoia imbarazzante: subire la pressione della piazza oppure sfidarla.

E’ la prima volta che un partito politico cerca di proteggere il proprio leader ricorrendo ad una siffatta provocazione politica che, comunque, pare nel contempo essere eversiva e suicida. Adesso si mobilitano parlamentari, dirigenti del partito a Catania, in modo da far sentire la loro voce, la loro indignazione, così da legittimare la pretesa della Lega di avere una sentenza gradita più che giusta. Una provocazione molto grave destinata a creare un altro precedente inquietante nel rapporto tra i poteri.

Bisogna dire che questa logica della protesta politica viene camuffata dagli organizzatori come il preludio ad una proposta per una riforma complessiva della giustizia portata avanti dalla destra in risposta ad un sistema giudiziario avvolto da scandali gravi.

I giornali hanno scritto che la manifestazione di Catania aspira ad essere un monito contro l’invadenza giudiziaria a difesa delle prerogative del potere politico. I leghisti si sono resi conto in extremis dell’errore commesso, rendendo la manifestazione delle tre giornate contro la giustizia in una manifestazione culturale di proposta. Tutto ciò è avvenuto troppo tardi!

I militanti si sono presentati alla kermesse contro la giustizia, ma molti di loro hanno inteso il significato reale dell’evento, e sono andati sotto il palazzo di giustizia per inviare ai giudici un messaggio minaccioso. Tale manifestazione contro i giudici dimostra ancora una volta quanto sia dannoso per il paese l’assenza di una vera e moderna destra liberale, decente, che sia rispettosa delle istituzioni, e che sia in qualche modo somigliante alle destre europee che, infatti, sanno esprimere una solida cultura di governo. Ora, a questi si sono associati gli altri partiti del centro destra, compresi i berlusconiani che nel 1994 propugnavano la rivoluzione liberale. Se vi sono incongruenze nel rapporto tra potere politico e giurisdizione esse vanno affrontate e risolte in Parlamento, attraverso le riforme della giustizia.

L’idea, invece, di imporre le sentenze attraverso la piazza tumultuante è non solo politicamente sbagliata, ma anche perdente come strategia difensiva. Porre, infatti, i magistrati nell’alternativa di subire la piazza o di sfidarla finisce con il delegittimare non soltanto il giudiziario ma l’intero sistema dei poteri pubblici la cui credibilità riposa sul rispetto del principio della separazione dei poteri.

Vi è da lungo tempo un conflitto permanente tra la magistratura che difende la sua autonomia e indipendenza e non sembra accettare di buon grado riforme dell’ordinamento giudiziario peraltro pesantemente compromesso dopo gli scandali recenti di componenti del Csm e, poi, di converso abbiamo la politica che, a tutti i livelli, non intende essere sottoposta a nessun controllo di legalità.

La dichiarazione di guerra alla magistratura, considerata erroneamente come ”un feudo della sinistra”, pare assolutamente controproducente per i promotori anche considerando che in Europa da qualche mese i leader della destra italiana cercano di essere meno isolati prendendo le distanze da regimi come quello polacco e ungherese che continuano con atti di intimidazione consumate quotidianamente nei confronti dei giudici dei loro Paesi.

Si tratta di alcuni regimi verso i quali ha preso posizione la Commissione europea attraverso l’avvio di procedimenti di infrazione.

Mi pare che questo conflitto faccia molto male ad uno schieramento che si candida a governare il Paese e che potrebbe condurre a degenerazioni nel sistema democratico.

La verità è che oggi la Lega non intende solo difendere Salvini mobilitando la piazza, ma si desidera creare un clamoroso precedente per fermare le molte inchieste che coinvolgono dirigenti e amministratori leghisti in diverse Regioni italiane. Il contenuto implicito del messaggio è sin troppo chiaro: la Lega non accetta di essere oggetto di inchieste né al centro, né in periferia e ha già scelto un sistema giudiziario “parallelo” che predilige la giustizia domestica della piazza, che ovviamente assolve i leghisti e colpisce i loro avversari politici. Si tratta insomma di realizzare, anche sul terreno della giustizia, un progetto di democrazia semplificata che in parole povere significa una democrazia depurata dallo Stato di diritto.  

Resta sempre il tema scottante e complesso dei migranti grande emergenza mondiale e continentale che va affrontato in un contesto più ampio.

Si è aperto, infatti, nel paese un dibattito sulle prerogative del governo in materia di ordine pubblico. Le opinioni sono diverse ma in ogni caso esse non possono mettere in discussione il principio secondo cui dell’eventuale violazione delle leggi dello Stato si occupa soltanto il potere giudiziario. Insomma, non c’è piazza garantisca che tenga in materia di rispetto del principio di legalità. E ,in ogni caso, non bisogna mai dimenticare che il garantismo tende a tutelare i diritti e non i delitti. Si tratta di principi che ogni Stato democratico è tenuto a rispettare in qualunque frangente. Sarebbe un Paese condannato all’eversione permanente quello in cui le maggioranze di governo, le mobilitazioni popolari, le campagne di opinione, in materia di accertamento delle violazioni della legge dovessero soppiantare le competenze dei tribunali.

Prevale l’arroganza o, meglio, la pretesa di pensare che tutte le inchieste contro la politica siano “pilotate” o “strumentali”. Questa posizione fa a pezzi l’idea del necessario obbligo dell’azione penale e dell’imparzialità dei giudici.

La Repubblica del centro-destra è quella che sostituisce la civiltà del diritto con la giustizia amministrata in nome della piazza, la quale rivendica per il proprio capo pieni poteri e che consente ad una maggioranza elettorale rossa nera o verde di prendersi tutto anche la Costituzione.  La Lega rivendica pieni poteri per il suo leader per affermarlo come colui che perseguita le opposizioni ed i magistrati. Ripeto che, in tal modo, saremo ai margini della vita dell’Unione Europea basata su principi fondamentali che non tollerano una  magistratura imbavagliata dal potere.

Tutti gli attori in campo dicono di rispettare le decisioni giudiziarie mentre in realtà poi i fatti smentiscono questo presupposto di partenza e adesso si propongono anche manifestazioni di protesta preventive contro i giudici.

La critica delle sentenze è assolutamente legittima e ammessa. La Lega ormai da molti anni partito di governo e nel passato ha espresso anche un ministro della giustizia. Quindi dovrebbe aver acquisito in via definitiva la cultura della separazione dei poteri. Eppure, c’è qualcosa della vecchia Lega che si batteva per la giustizia sommaria che stenta a scomparire. Chi non ricorda la Lega che ai tempi di Tangentopoli in Parlamento e nelle piazze esibiva il cappio spiegando che le caste si processano non sulla base delle regole scritte nei codici ma a furor di popolo. Compito della politica non può essere quello di chiedere l’impunità per gli indagati eccellenti ma di far funzionare il sistema giudiziario garantendo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura anche dagli altri palazzi del potere e prevedendo che se si dovessero modificare devianze all’interno del potere giudiziario si provveda attraverso nuove regole sull’ordinamento giudiziario. Se dovessero registrarsi devianze su questo terreno occorre porre rimedio dando più efficacia al sistema giudiziario attraverso maggiori mezzi, regole più trasparenti anche con un regime adeguato della responsabilità del giudice.

Sembra appunto che si ponga continuamente in discussione il fondamento dello Stato che è la moderna divisione dei poteri mentre si tenta di imporre una politica giudiziaria ad “usum delphini” anche con la pressione della piazza.

Lo stato di diritto sarebbe travolto se le maggioranze politiche pretendessero di contrapporre la forza dei numeri elettorali alla forza della legge. Se la giustizia si dovesse amministrare nelle piazze avremmo una frattura ulteriore della coesione sociale e inevitabilmente una piazza perdonista e una piazza colpevolista. Il giudiziario non può essere ”sequestrato” né da maggioranze politiche arroganti, né da piazze tumultuanti.

E’ scandaloso che a Catania il 3 ottobre vi è stato da una parte un popolo che vuole imporre la sua giustizia a giudici indipendenti, e dall’altra sponda c’è un altro popolo che si mobilita in piazza anch’esso per difendere la giustizia. Se abusi del giudiziario vi sono, i rimedi vanno cercati all’interno del sistema giudiziario e non al di fuori di esso, perché ciò determinerebbe un corto circuito dell’intero sistema istituzionale da cui alla distanza nessuna parte politica potrebbe trarre vantaggio.

Nella prima repubblica lo stile e l’atteggiamento dei politici indagati o inquisiti era diverso a prescindere dal garantismo e si avvertiva la sensibilità di passare la mano se si pensava che le indagini indebolivano la funzioni politiche.

Neanche Berlusconi nei momenti di grande tensione per la magistratura ha preteso di essere assolto dalla piazza.

Tutto ciò con il garantismo non c’entra nulla. Anzi è la sua negazione. Il garantismo deve difendere i diritti e non deve coprire i delitti. Spetta ai tribunali interpretare le leggi e applicarle attraverso giudici a cui deve essere riconosciuta la libertà di valutare i fatti anche di sbagliare confidando nei rimedi processuali di cui si dispone per correggere le sentenze. Spetta ai giudici in piena libertà, respingendo ogni atteggiamento intimidatorio, di chi vuole sentenze gradite anziché quelle basate sulle prove e sui principi del diritto, decidere in piena libertà, consapevoli che l’ordinamento ne garantisce l’indipendenza e che l’opinione pubblica anche quando critica una sentenza, tuttavia non intende mettere in discussione l’indipendenza della magistratura. Spetta ai giudici, nel caso del processo di Catania, valutare se siano stati violati diritti umani nei confronti dei migranti.

La Lega sembra affetta da un infantilismo primordiale e dalla mancanza di rispetto delle regole che la pone come una forza non rispettosa della diversità differenziata delle funzioni e competenze tra politica e giustizia nello Stato di diritto.

La cultura dei leghisti su questo terreno è stata sempre molto debole e non si può certamente dimenticare il ricordo dei leghisti che mostravano il cappio a Montecitorio con il messaggio inquietante che i potenti si processano a furor di popolo e che non ci sono garanzie giuridiche che tengono di fronte all’indignazione popolare.

I cittadini sembrano non seguire con passione queste vicende che ne derivano e anche il conflitto che si sta determinando.

La piazza organizzata a Catania per intimidire i magistrati non si comprende bene se sia dovuto ad un atto di imbecillità politica oppure dovuto ad uno stato confusionale prodotto dai conti elettorali che non tornano e dai rapporti di forza che all’interno del centro-destra cambiano. Se, invece, si trattasse dell’annuncio di una strategia di rifondazione dello Stato di diritto che dovrebbe essere svuotato di tutte le sue garanzie e diventare uno Stato basato sull’arroganza del potere e sulle adunate popolari che decidono su tutto anche su ciò che è giusto o ingiusto, tutto ciò apparirebbe davvero assai inquietante. Una cosa pare comunque certa, ed è quella che la stragrande maggioranza di questo paese non accetterebbe mai che alla forza dei numeri elettorali possa annullare la forza della legge. Insomma, sulla giustizia appare inaccettabile che sia sottomessa agli umori popolari poiché in tal modo non avremo che la fine dello Stato di diritto e dello Stato democratico.

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