Leonardo Sciascia: la giustizia e l’amore nella visione dello scrittore

Il maestro di Racalmuto ci ha insegnato che “la Giustizia senza pietà è maschera di vendetta”. E usò un paradosso di natura orvelliano a proposito dei santi “tutti i giudici sono colpevoli, fino a prova contraria”. I giudici si trovano sempre a disporre di un potere “terribile”, per dirla come Montesquieu, che li elevano in modo reale e illusorio al di sopra di tutti gli altri uomini.

E, cosi secondo Leonardo Sciascia, un giudice dovrebbe non tanto “godere” di questo  potere, ma deve soprattutto “soffrirlo”. La giustizia per Sciascia non è “uno dei temi” che trattò nella sua copiosa opera letteraria ma il “suo tema”, così come il tema, per esempio, per Pier Paolo Pasolini è stato il genocidio culturale che è stata la conseguenza della nostra convulsa modernizzazione che ha privilegiato lo sviluppo e non il progresso. Mentre, per fare un altro esempio di una celebre scrittrice, Elsa Morante, il suo tema principale fu lo scandalo della Storia di fronte agli innocenti, alle vittime anonime.

Sciascia ha affrontato il tema della giustizia sotto qualsiasi profilo in cui operò sul piano intellettuale, sia da romanziere, sia da saggista, sia da direttore editoriale della collana Sellerio, che come opinionista, ed infine editorialista. Nel romanzo  “Il contesto”, lo scrittore disvela la struttura fondamentale della giustizia che è di natura  inquisitoriale. Nella trama del suo scritto, infatti, il giudice interroga non per accertare la verità ma per dimostrare una colpevolezza. Negli ultimi suoi titoli, “La strega e il capitano” che è dedicato al  Manzoni civile della Storia della colonna infame; “1912+1”  in cui critica le perizie; “A porte aperte”, che tratta il tema della pena di morte, fino agli splendidi e lucidi articoli raccolti in “A futura memoria”, che uscì l’anno della sua morte, nel 1989, la questione della giustizia diviene la sua “virtuosa ossessione”.

Sembra proprio che Sciascia sia intriso profondamente e influenzato nell’intimo dalla giustizia descritta nella Divina Commedia. Lo scrittore non scrisse mai sul “sommo poeta” tranne in cui alcuni articoli usciti su “l’Ora” di Palermo nel lontano 1965, poi qua e là qualche volta, conversò di Dante con il grande scrittore argentino Borges del 1982. Però sembra non essere assente dalla sua scrittura l’orizzonte della visione dantesca. Infatti, è noto dall’Inferno al Purgatorio il passaggio che fa Dante Alighieri dall’etica aristotelica, tipica del mondo pagano, che esalta il valore della giustizia, alla dimensione dell’etica cristiana, che, invece, attribuisce il  primato morale e civile all’amore.

Nel Paradiso si legge che per l’imperatore legislatore Giustiniano, la giustizia, che, viene simboleggiata con l’aquila imperiale, si intreccia con la vendetta, in un modo inquietante: «Ché la viva giustizia che mi spira, / li concedette, in mano a quel ch’i dico, / gloria di far vendetta a la sua ira».

La giustizia in questa dimensione si fonda su due elementi  proporzionali che sono la bilancia e la razionalità. L’amore, inteso in senso cristiano, si costruisce su una dismisura esplicitata nella gratuità e nel paradosso. L’amore cristiano dovette apparire così alla cultura pagana ed ellenica una incomprensibile follia.

Dunque Sciascia sembra permeato da questa influenza e nel regno della giustizia troviamo criteri ragionevolmente proporzionali, equivalenze, diritti, pene e compensazioni, procedure. La legge del contrappasso diviene un’equilibrata corrispondenza tra pena e colpa. In una certo senso richiama la legge del taglione e nella sua astrazione ha qualcosa di inesorabile. Il regno dell’amore invece è abitato dalla misericordia, che implica una “esagerazione”, o, come direbbe Papa Francesco, «un inaudito straripamento».

I due termini, giustizia e amore, restano in Dante  in gran parte inconciliabili e la giustizia divina, a volte punisce chi in Terra aveva pur agito bene. Questa legge di Dio avrà sempre per noi qualcosa di misterioso, di insondabile e c’è una somiglianza perciò con la figura del giudice che forse è sempre tentato da una hybris incontrollabile e incrollabile. 

Quindi l’amore, il perdono o la carità cristiana non possono essere formalizzate, e naturalmente non fanno parte del bagaglio del giudice, ma Sciascia, che fu un grande spirito laico, pascaliano e giansenista più che  volterriano, si autodefiniva “un ateo incoerente” e leggeva ogni giorno i Vangeli accanto ai suoi adorati maestri illuministi.

Sciascia sapeva bene che qualsiasi giustizia terrena, non attenuata dalla pietà, assume un’atroce maschera della vendetta. Quindi andrebbe amministrata non solo con equilibrio e prudenza, ma soprattutto con una dose di  empatia, con un senso del tragico della condizione umana, con la consapevolezza che la verità è sempre pirandellianamente sfaccettata.

Il grande scrittore affermava che mettere paura a un essere umano, solo e inerme, è la cosa peggiore che si possa fare.

Allora, propose paradossalmente a Sandro Pertini, in una lettera, di far trascorrere a ogni futuro giudice tre giorni dentro un carcere. La ricetta vera per acquisire quel senso del tragico, quell’empatia e quella consapevolezza che possono essere acquisiti solo mediante una frequentazione assidua della letteratura.

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